Scrutando l’invisibile. Perfect Days di Wim Wenders

Essere grati. In questo mondo in costante movimento, la cui fluidità digitale si insinua pericolosamente e inesorabilmente anche nel più insignificante degli interstizi del nostro tempo, l’essere grati è diventato tanto complesso quanto l’essere presenti.

La nostra esistenza subisce una costante mediazione digitale, rispecchiandosi e proiettandosi nelle vite altrui, o meglio in porzioni, frazioni di esse. Lo specchio virtuale rivela un mondo distorto e fatto di apparenza, dove noia o consuetudine non trovano posto. Vengono piuttosto rimosse, cancellate.
Mani sapienti (le loro) e occhi velati (i nostri) ricreano quindi esistenze artificiali ed edulcorate, in una costante ellissi della noia. Un mondo voluttuoso che sfoggia e ostenta ma non dà mai, non mette in condivisione. In questo sistema, dove si partecipa in frustrante e inibita passività, la convenzionalità di una vita fatta dall’alternanza di pieni e di vuoti può apparire arida e insignificante. Per cosa bisognerebbe essere grati? 

Qui entra in scena Hirayama, uno spettacolare Kōji Yakusho premiato come Miglior Attore all’ultimo Festival di Cannes, che nelle rigida ripetitività della sua studiata routine riesce a trovare o ritrovare sempre un motivo per essere grato. Una forza misteriosa carezza il suo viso e accompagna il suo sguardo al cielo, uno sguardo stanco ma sempre in estatica adorazione. Eppure il personaggio tratteggiato da Wenders e Takasaki (il co-sceneggiatore) è tutt’altro che monodimensionale. Non rimane imperturbabile davanti alle forze che gravitano o si infrangono su di lui, piuttosto riesce sempre a ritrovare un accogliente, gentile equilibrio. Il prevedibile succedersi delle azioni di Hirayama è come un mantra, una preghiera curativa e caritatevole. A scandirne il tempo sono le audiocassette con cui ricama non solo la sua personale colonna sonora ma quella dell’intero film. E partendo da questa scelta, Wenders procede affidando al suo protagonista la velocità della narrazione. 

L’approccio ha il gusto del documentario di osservazione, col suo indugiare sulle architetture dei meravigliosi bagni di Shinjuku e su quelle naturali degli alberi che intrecciano il cielo. Con la stessa meticolosità Hirayama pulisce le prime e cattura le seconde con una vecchia camera analogica. Nessun gesto è però sprecato. Ogni cosa ha il suo significato, la sua ragion d’essere, il suo necessario avvenire. Accanto a questo approccio verista, Wenders affianca un intervento spiccatamente finzionale. Lancia nella vita del suo protagonista dei personaggi nel tentativo di destabilizzarlo, in un gioco dal gusto un po’ perverso e un po’ infantile. Punzecchia Hirayama con ciò che non fa parte di lui per cercare di scrutare, carpire quelle forze invisibili che solo lui sembra essere capace di vedere e che a noi si rendono manifeste solo all’interno dei suoi sogni in scala di grigi. A Hirayama però non importa. Accetta il gioco del suo creatore e abbraccia la semplicità della sua esistenza. Non si arrende all’”adesso” in cui si muove ma ne imposta la sua velocità. Rallenta il tempo e lo imprime così nei suoi occhi come nella sua memoria. Alza gli occhi al cielo e sceglie di essere felice. La cassetta nello stereo. La musica lo abbraccia. 

Può davvero essere così semplice la vita?

Hirayama (Kōji Yakusho) e Niko (Arisa Nakano) in una scena del film

Hirayama (Kōji Yakusho) e Niko (Arisa Nakano) in una scena del film