Speciale Oscar. “La zona di interesse” di Jonathan Glazer

Numerosi sono stati i tentativi di raccontare l’inenarrabile tragedia dell’Olocausto, fin troppo spesso adagiandosi sulla pornografica messa in scena della gratuità della violenza.

Solo un ristrettissimo numero di autori è stato capace di restituire al mondo una lucida, necessaria rappresentazione della tragedia. In questa sede è giusto fare qualche nome ricordando, per esempio, la cinepoetica di Notte e nebbia di Alain Resnais oppure la meticolosa, colossale ricostruzione storica in Shoah di Claude Lanzmann o ancora il lavoro sul ricordo, sulla memoria e sul rispetto dei simulacri in Austerlitz di Sergei Loznitsa.
Nella felice casualità dell’aver evocato tre opere che utilizzano il linguaggio documentario nella loro costruzione narrativa si innesta perfettamente il nuovo film di Jonathan Glazer,
The Zone of Interest, che col documentario dialoga a più riprese e di cui inesorabilmente si nutre. L’interesse del regista inglese per uno sguardo voyeuristico, scientifico, tipico del documentario d’osservazione, lo si era già visto nel suo bizzarro (e inspiegabilmente poco apprezzato) Under the Skin, dove i confini tra cinema documentario e racconto di fantascienza si sovrapponevano fino a cancellarsi definitivamente. Da questo approccio Glazer costruisce la narrazione, appropriandosi non solo di un paziente e estremamente efficace sguardo antropologico, dove l’attesa riesce sempre a trasformare il niente in qualcosa, ma servendosi anche di una serie di artifici tecnici che evocano continuamente la presenza scenica dell’occhio cinematografico.
A ricordaci dell’impossibilità della pura espressione documentaristica interviene il montaggio, che alterna inquadrature statiche e distese a labirintiche sequenze di montaggio. Questo contrasto si sviluppa parallelamente alla rappresentazione tra spazi interni e spazi esterni, tra quello che è possibile percepire e quello che è impossibile da vedere.
Nell’incedere della narrazione, il muro che separa il paradiso arcadico di casa Höss dall’invisibile campo di concentramento si trasforma, perde la sua iniziale finalità e smette di essere cinta perimetrale. Oltre a diventare quinta della messa in scena, diventa presto barriera illusoria di una normalità schizofrenica e orrorifica, celando non solo il campo dal resto del mondo ma l’una dall’altra realtà, di fatto rifiutando la loro incompatibile, simultanea esistenza.
Tutto ciò che è angoscioso e terrificante in
The Zone of Interest è ciò che viene taciuto, le sue tracce sonore e le sue fugaci apparizioni. È l’odore irrappresentabile che acquista sostanza e che entra nel subconscio, rendendo l’aria del cinema asfissiante. È l’intollerabile normalità della quotidianità che si scontra alla malvagità senza forma.
A scandire questa crescente evocazione ansiogena interviene la rigidità della colonna sonora, privata da ogni tipo di scontata drammatizzazione musicale e costruita sulla stratificazione di effetti, voci, rumori, echi. Che nella inflessibile serenità dei protagonisti esista un sentire sommerso, sotterraneo lo si percepisce dall’inesorabile eruzione di un malessere interiorizzato che, arrivato a saturazione, riesce a generare perfino lo stesso futuro.

Grazie a contaminazioni sperimentali e tunnel temporali – i quali danno vita a una delle sequenze più belle del 21esimo secolo – Jonathan Glazer si conferma una delle più interessanti e ambiziose voci del cinema contemporaneo. Speriamo soltanto di non dover aspettare altri 10 anni prima del suo prossimo film.