Speciale Oscar. “Past Lives” di Celine Song

Vi è mai capitato di osservare qualcuno di nascosto? Magari a causa della noia di una giornata come tante altre o attirati da un gesto, un suono, un’inspiegabile forza invisibile. O magari semplicemente per il vagare distratto del vostro sguardo, reso libero dal susseguirsi disordinato dei vostri pensieri.

Chi osservate si trova lì, davanti a voi, e qualcosa non vi permette di distogliere lo sguardo. E sui suoi gesti, interazioni, espressioni cercate di ricamare una storia. Qualcosa che abbia senso e che dia senso al vostro desiderio di continuare ad osservare. Chi è lei? Chi è lui? Cosa sono l’uno per l’altra? Come sono arrivati fino a qui, davanti a me, dentro la dimensione del mio sguardo?

Così si apre il sorprendente debutto alla regia della giovane regista sudcoreana Celine Song, sulle domande di una voce fuori campo che potrebbe essere tanto la nostra quanto quella di chi ci sta accanto, la voce di qualsiasi spettatore, la voce della stessa regista che come noi sviluppa la sua storia a partire da una singola inquadratura. Un’inquadratura attratta da una forza misteriosa che con uno zoom ci proietta nel passato della protagonista – una bravissima, inedita Greta Lee – e dà forma alle nostre curiosità. 

Che il film della Song sia semi-autobiografico non lo si intende solo dal background che condivide con la sua protagonista, ma soprattutto dalla cura con cui tratteggia i suoi personaggi. Contro ogni tipo di previsione, non c’è soltanto una spontanea affezione per il suo alter ego filmico ma una singolare e delicatissima premura per ognuno dei tre protagonisti, che compongono un complesso e stratificato mosaico emotivo in continua relazione. In esso non esistono vittime o carnefici ma soltanto il faticoso, vano tentativo di districarsi opponendosi all’inesorabile procedere degli eventi. Il tempo fraziona il racconto: non rappresenta il coefficiente della casualità ma rafforza il significato delle relazioni e la purezza del desiderio.

Al centro rimane salda l’attenzione sui personaggi: non c’è spazio per nient’altro che la manifestazione dei loro sentimenti. La camera quindi stringe sui loro volti con primi piani e dettagli, indugiando sui piccoli gesti e sui silenzi. Il suono si fa essenziale: le voci si impongono sul paesaggio sonoro tagliando radicalmente quanto c’è di superfluo. E seppur possa apparire piatto o artificiale, il risultato rispetta la ricerca registica della Song isolando i suoi personaggi in una dimensione di attrazione sospesa, una bolla estranea sia allo spazio che al tempo.

Distanziandosi con decisione dai cliché del cinema hollywoodiano, Past Lives rappresenta la rincorsa affannosa verso una possibilità irrealizzabile, il desiderio di opporsi alla tirannide di un destino avverso. Il dolore è quello che accomuna chiunque sia stato maledetto dall’aver potuto amare o dall’essere stato amato nel momento sbagliato.

Non rimane che una la consapevolezza: quella che alle volte non resta nient’altro da fare che andare avanti, voltare pagina, considerare il passato come un’esistenza diversa, una vita che non ci appartiene più.