Speciale Oscar. Le “Povere Creature” di Yorgos Lanthimos

Se “femminismo” vuole dire ancora qualcosa nel 2024, e se quel qualcosa ha anche solo lontanamente a che fare con la libertà, allora vi sorprenderà sapere che il film più femminista del 2023 è stato diretto da un uomo. Sacrilegio!

Quell’uomo porta il nome di Yorgos Lanthimos e con il suo Poor Things (in attesa dei premi Oscar) si è già portato a casa il Leone d’Oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e ben due premi agli ultimi Golden Globe (Miglior Film, Miglior Attrice Protagonista).
In un passato non meglio precisato e dalle atmosfere steampunk, e che potremmo collocare quasi al termine dell’età vittoriana, assistiamo alla conduzione di un bizzarro esperimento. A condurlo è Dio in persona, o meglio Godwin “God” Baxter, un deforme e ripugnante Willem Dafoe, antitesi di quel bel Dottor Frankenstein creato da Mary Shelley e con cui però condivide doti, talento e ossessioni. Oggetto dell’esperimento è Bella Baxter: un essere dissonante e istintuale, il cui seducente involucro non è corretta rappresentazione della sua manifesta puerilità. Noi la osserviamo di nascosto. Il nostro essere spettatori viene rivelato continuamente dal filtro fotografico, che distorce e modifica l’immagine ripetutamente: una volta come se spiassimo Bella dal buco della serratura, una volta come se guardassimo attraverso un vecchio prisma, una lente imperfetta. È quasi come se fossimo nascosti dietro uno scaffale colmo di vetri da laboratorio e con il nostro muoverci di soppiatto l’immagine ci venisse restituita deformata ogni volta da un contenitore differente. Al contempo però è la stessa realtà filmica a piegarsi alla purezza dello sguardo privo di pregiudizi di Bella, o alla sua curiosità. Il mondo quindi appare animato da colori surreali e mappato secondo spazialità metafisiche. La rappresentazione del film non risulta quindi scelta immotivata di un regista capriccioso, ma razionale e calzante desiderio di affidare l’estetica del film alla percezione della sua protagonista. E così, al mutare della sua consapevolzza e della sua esperienza del mondo, muta anche l’aspetto del mondo intorno a lei. Guardare le cose attraverso gli occhi di Bella significa accorgersi di quanto assurdi ed esilaranti siano i nostri comportamenti e le nostre norme sociali, di quanto possa fare paura un essere libero e non conforme, una donna non aderente a nessuno dei ruoli ad essa imposti. Da questo punto di vista Bella assurge a simbolo perfetto di un femminismo che ha ormai perso il suo originale significato e che qui ritrova, con la schiettezza delle sue parole e nella manifestazione disinibita dei suoi desideri, un ideale a cui aspirare. Questo meccanismo di riscrittura, o meglio, rimappatura di genere funziona grazie al prezioso contributo di un Mark Ruffalo svestito da ogni tipo di orpello supereroistico. Oltre che sapiente spalla comica, il suo Duncan Wedderburn è contrappunto necessario all’evoluzione di Bella e messa in ridicolo di una boriosa mascolinità possessiva i cui esiti nella realtà portano a epiloghi ben più infelici. Ancor più impressionante è il lavoro di Emma Stone su Bella. L’evoluzione già descritta non riguarda soltanto i caratteri estetici del film, ma si declina nell’evoluzione dialettica e motoria della protagonista: una perfetta sintesi dello sviluppo dell’individuo che, vista l’attenzione del film sulla sessualità, potremmo senza troppi sforzi proiettare sullo schema dello sviluppo psicosessuale freudiano e che trova negli erotismi dei nudi della Stone perfetta espressione.

L’ultimo film di Lanthimos è grande esempio delle possibilità immaginifiche del cinema e sapiente rappresentazione di tematiche che fin troppo spesso si esauriscono in pedanterie o spicciola propaganda di superficie. Al cinema non serve alcuna Barbie. Al cinema, così come al mondo, servono donne come Bella Baxter. Del resto le povere creature non siamo altro che noi.