Speciale Oscar: El Conde di Pablo Larraín

Che Pablo Larraín abbia una certa ossessione per i biopic a carattere storico è ormai un dato di fatto.

Prendendo in esame i suoi ultimi sei film, includendo quello in prossima uscita su Maria Callas con Angelina Jolie, solo uno – Ema (2016) – non sviluppa un racconto centrato su un personaggio storico. Tutti gli altri indagano attraverso la lente particolare del regista i lati invisibili dei protagonisti della Storia, scandagliandone la superficie plastica da rotocalco e cercando di rimuoverne la patina più scandalistica e sensazionalistica.
E se di solito c’è una certa aderenza con il reale, questo non può dirsi per
El Conde: grottesca dark comedy il cui protagonista è un esilarante e vampiresco Augusto Pinochet. Riavvolgendo la Storia e riplasmandola attraverso l’artificio fantastico, Larraín racconta quella che prende presto le sembianze di una storia supereroistica. Partendo quindi dalle origini del mito, e passando per la morte del simbolo, dell’alter ego, si concentra sulla vita priva di significato di un derelitto dimenticato. E se il racconto nella sua prima parte convince grazie alle atmosfere surreali, alla splendida composizione del quadro e ad un efficace uso del bianco e nero – dalla sofficità impalpabile, eterea, come filtrato perennamente da una sorta di foschia, un filtro di nebbia – ,con il secondo atto si trasforma in una sequela di verbosi interrogatori e indagini ingarbugliate che distruggono il ritmo del film. Il dialogo prende quindi il posto della surreale suggestione visiva, dell’esuberante violenza da racconto dell’orrore. Gli spazi interni si impongono sugli esterni e trasformano presto il film in uno stretto corridoio narrativo in cui si procede come in apnea. Quel che rimane sono spicciole e banali metafore capitalistiche, un lagnoso sarcasmo fossilizzato su una manciata di argomenti e un paio di colpi di scena gratuiti e davvero pochi ispirati. Eppure i riferimenti del film, almeno quelli più plateali e palesi, sono tutto meno che questo. E a quelli sarebbe dovuto aggrapparsi Larraín, all’essenzialità dell’immagine di Dreyer (La passione di Giovanna d’Arco, 1928) e Murnau (Nosferatu, 1922) e agli imposti, ma qui quanto mai necessari, silenzi del cinema muto. Nonostante quindi il film si apra nuovamente nelle sue battute finali ad una struttura visuale più libera, El Conde rimane un esperimento imperfetto, il cui più grande merito risiede nel suo involucro estetico.