Cinema. Una porta verso Miyazaki. “Suzume” di Makoto Shinkai

Quarto incasso nella storia del cinema in Giappone. La storia surreale narrata in Suzume ha come presupposto l’esistenza di moltissime “porte” sparse ovunque, che sono passaggi dimensionali. Quando vengono aperte ne escono vermi giganteschi che generano terremoti. Trovarle e sigillarle prima che sia troppo tardi è la missione di una stirpe di “Chiudiporta”.

Guardando Suzume, ultimo film di Makoto Shinkai – conosciuto in occidente grazie al grandissimo successo di Your Name e del successivo Weathering with you – è impossibile non pensare all’ultima opera di Hayao Miyazaki. 

Sia Suzume che Il ragazzo e l’airone sono infatti film che articolano il loro sviluppo narrativo intorno ai processi psicologici legati all’elaborazione del lutto. Non è quindi improprio cercare di rispondere alle questioni sollevate nel film di Miyazaki, come sappiamo legate a eredità artistiche e metaforici passaggi di testimone, con l’ultima opera di Shinkai.
Discostandosi parzialmente dal realismo poetico che ha contraddistinto le sue precedenti opere, Shinkai sembra infatti voler accogliere in
Suzume alcune di quelle caratteristiche prominenti dello studio Ghibli, dirottando il suo cinema verso una narrazione dove gli elementi fantastici e fiabeschi trovano giusto spazio e giusta collocazione formale e si mescolano efficacemente a cicatrici storiche ancora non rimarginate. Il road movie messo in scena da Shinkai, grazie al solito superlativo lavoro sul comparto grafico dello studio di produzione CoMix Wave Films, mette in contrasto la bellezza delle immagini con tracce fantasmatiche, scheletri architettonici e profondi vuoti esistenziali. Il viaggio di Suzume, che è anche il nome della protagonista del film e che ripercorre l’esodo di intere generazioni di giapponesi, si occupa quindi di mondi dimenticati: non solo quelli finzionali e legati a mitologiche tradizioni millenarie ma soprattutto quelli che raccontano le tracce lasciate dallo spopolamento delle aree rurali e le ferite causate dal terremoto e dal maremoto del Tōhoku del 2011. La commistione quindi tra reale e finzionale diventa cifra che si sovrappone all’elaborazione luttuosa della protagonista e ne accompagna l’evoluzione per tutte le sue fasi. 

Alla vacuità mortifera del ricordo sbiadito e della rimozione forzata della memoria, Shinkai contrappone la vitalità delle relazioni umane e della gentilezza disinteressata, un pieno emotivo che si concretizza tanto nelle varie declinazioni dell’amore materno quanto nel desiderio di essere vivi. Così, chiudere le porte per Suzume significherà metaforicamente aprirne sempre di nuove, tanto sugli altri quanto inesorabilmente anche su se stessa. 

Mettendo in secondo piano l’intreccio romantico del film, elemento invece centrale nelle sue opere precedenti, Shinkai si serve di echi e tendenze di un certo cinema al suo finora poco aderente rispondendo concettualmente, e con anticipo (Suzume è stato rilasciato diversi mesi prima di Il ragazzo e l’airone) all’appello di Miyazaki. Nonostante il talento dimostrato e i grandi meriti ottenuti, non sappiamo ancora se Shinkai riuscirà a raccogliere il testimone che Miyazaki ha offerto alle future generazioni. Quello di cui possiamo star sicuri è che il cinema d’animazione giapponese non è affatto in cattive mani.