Il ragazzo e l’airone, l’addio di Miyazaki

Mentre ero immerso nelle maestose immagini de Il ragazzo e l’airone non riuscivo a farmi abbandonare dall’idea che in quel preciso momento, in quel cinema straripante di anime più o meno a me affini, fossi mio malgrado testimone dell’inesorabile epilogo del più fantastico tra i miracoli.

Perché tale è stata la carriera del Maestro Miyazaki, un percorso miracoloso privo di qualsivoglia passo falso o sbavatura, già a partire dai suoi primissimi lavori televisivi.
E questo miracolo lo vedevo svanire piano piano, sempre di più, quanto più intense diventavano le immagini, i colori e le suggestioni della sua ultima opera, sua sintesi poetica e suo malinconico testamento artistico. Non riuscivo a non pensare al fatto che, soprattutto dopo la morte di Isao Takahata nel 2018 (Una tomba per le lucciole, La storia della principessa splendente), quest’ultima fatica – nel suo significato più vero, più concreto – di Miyazaki rappresentasse la fine di un’era. Lì finiva, in quella sala buia, con quel film, quella singolarità cosmica capace di generare lo straordinario universo immaginifico di uno dei più grandi registi dei nostri tempi. Lì finiva qualcosa di irreplicabile e di insostituibile, qualcosa di cui abbiamo avuto la fortuna di essere silenti spettatori, ogni volta trasformati nuovamente nella nostra più antica purezza infantile, come assonnati bambini in ascolto della storia più dolce, immersi nella nostra fantasia. E ancora una volta, per l’ultima volta, Miyazaki dà forma a quello straripante torrente immaginifico ritornando non solo sul suo cinema ma sul Cinema tutto in generale. È impossibile non riconoscere nei personaggi de Il ragazzo e l’airone i caratteri specifici di uno stile narrativo coerente e codificato. Tornano tutti, ancora una volta, rientrando in scena come vecchi e acciaccati attori con indosso vecchie e meravigliose maschere usurate dal tempo, accecati dalle luci ormai intermittenti della ribalta. Tornano di loro propria volontà, nati dal loro desiderio di salutare un’ultima volta il pubblico e il loro affettuoso creatore, che in loro ha sempre cercato di rispecchiarsi o si è disperato di non riuscire a farlo. Irrompono nella sua immaginazione e si lasciano plasmare, così come essi desiderano, così come lo richiede la storia – tanto quella filmica quanto quella reale. E così lo stesso Miyazaki si ritrova nella sua stessa storia, ancora una volta, non solo nella molteplicità del suo io ma anche nel tempo e nello spazio. Si ritrova a dover fare i conti con un mondo in rovina, in precario equilibrio (ndr. Quale dei due, poi?), e da cui faticosamente sente ormai di doversi congedare. Ma a chi toccherà lasciare questo mondo splendido e terribile? Chi sarà ad ereditare questo fardello pesante e nobilissimo?

E nel suo lungo commiato per immagini Miyazaki, con grandissima umiltà e profondo rispetto, innesta e intreccia la sua dichiarazione d’amore verso l’arte: dal Cinema alla Pittura, da Disney al suo stesso amico e maestro Takahata (citandone solo alcuni, non in ordine: Biancaneve e i sette nani e Alice nel paese delle meraviglie, Otto e mezzo di Federico Fellini, 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, Le Roi et l’Oiseau di Paul Grimault, La storia della principessa splendente di Isao Takahata ma anche, in pittura, l’Isola dei Morti di Arnold Böcklin). Il risultato è forse il più lucido e commovente addio che un autore può regalare a sé stesso, al suo cinema, e a tutto il suo pubblico. Nelle sue contraddizioni umane, in bilico tra un insanabile pessimismo cosmico e la potentissima forza vitale e salvifica che albergherà per sempre nei suoi film, Miyazaki ha dedicato la sua intera vita a raccontare storie. Lo ha fatto malgrado tutto e prima di ogni altra cosa, fossero essi affetti, danaro o la sua stessa famiglia. Lo ha fatto con la speranza che qualcuno avesse la pazienza e la voglia di starlo ad ascoltare. Ha vissuto ogni giorno per le sue storie. E voi come vivrete?*


*Nota a margine: “E voi come vivrete?” è il titolo originale del film nonché titolo dell’omonimo romanzo di Genzaburō Yoshino, una delle fonti di ispirazione del film