Cinema. Saltburn e il fascino indiscreto dalla nobiltà

Nonostante la regista Emerald Fennell – già premio Oscar col suo precedente film Promising Young Woman come Miglior Sceneggiatura Originale – abbia negato vi sia stata alcuna ispirazione, accostare Saltburn al romanzo The Talented Mr. Ripley di Patricia Highsmith – e soprattutto ai due suoi adattamenti cinematografici rispettivamente di René Clément (Plein Soleil, 1960) e di Anthony Minghella (The Talented Mr. Ripley, 1999) – non è affatto inopportuno.

Malgrado le premesse e le intenzioni delle due opere divergano sensibilmente, entrambe condividono uno stesso interesse nell’analisi dei rapporti tra differenti classi sociali e di interdipendenza tra individui dissimili. Ed è proprio dallo strano rapporto di interdipendenza tra Oliver Quick – un Barry Keoghan in stato di grazia, indubbiamente ad oggi nella sua migliore interpretazione – e Felix Catton – quest’anno già in scena col suo Elvis nel Priscilla di Sofia Coppola – che si dipana l’intera narrazione del film.

Sviluppato inizialmente come il più classico dei college movie, il film prende una piega inaspettata quando i protagonisti e l’evoluzione del loro rapporto viene trasportato nell’universo fiabesco e decadente della tenuta di Saltburn. Il cambio di setting si traduce progressivamente anche in un cambio di genere: il college drama fa presto spazio ad atmosfere thriller a tinte horror, seguendo efficacemente non solo la crescente ossessione di Oliver verso Felix ma soprattutto nutrendo in maniera coerente il suo innestarsi all’interno di una dimensione a lui aliena e difforme. Nella messa in scena dell’ozio estivo della nobiltà stereotipata della Fennell, il cui statico e ripetitivo far nulla porta la dilatazione temporale ad una concettuale aderenza tra Marienbad e Saltburn anche grazie al morboso voyeurismo di Oliver, si fa fatica a non riconoscere una lente percettiva di stampo americano. Non a caso il film, presentato al 50esimo Telluride Film Festival – e fotografato con grande maestria da Linus Sandgren con un’efficace 4:3 e una grezza matericità che ben si sposa col recente passato filmico della narrazione – rispecchia i canoni estetici di un certo cinema americano che ha ormai perso definitivamente la vuota nomenclatura di indie movie. E non è solo la quota estetica a richiamare e far eco a questa tendenza: ne è esempio il cameo di Carey Mulligan – già protagonista di Promising Young Woman – o del personaggio di Farleigh, che incarna tutti gli attributi psicologici del bully americano, o ancora i riferimenti cinematografici disseminati all’interno del film (consapevole è la scelta che sullo schermo di casa Catton passino film come Suxbad o The Ring, entrambi appartenenti in diversa misura al cinema pop americano, entrambi a richiamare due aspetti specifici di Saltburn). Come non è casuale la dissonanza tra questa americanità e la plateale e intenzionalmente stucchevole stereotipizzazione della nobiltà britannica.
In questo ben architettato intorno strutturale, il fulcro del film rimane ancorato all’ossessiva attrazione che il personaggio di Keoghan nutre per Felix, che condurrà però la narrazione ad un finale fuori misura – così come sono fuori misura alcune tendenze del film verso la commistione tra ossessione e sessualizzazione – e inutilmente sciorinato.
Saltburn è sicuramente un film imperfetto ma – a differenza del precedente Promising Young Woman che avevo trovato irritante, gratuito e inconcludente – che riesce a far bene tante delle cose che tenta di costruire. Se questa è la direzione che prenderà il cinema della Fennell, sarà interessante seguirne gli sviluppi futuri.


(nella foto: Oliver Quick, l’attore irlandese Barry Keoghan, in una scena del film)

Etrio Fidora

Direttore responsabile