Orlando, baluardo contro le cricche, e i palermitani che non lo amano più

Si diano pace i suoi avversari. Leoluca Orlando non si dimetterà mai da sindaco-simbolo di Palermo.

La sua missione, dichiarata, è sempre stata quella di riscattare l’immagine di Palermo nel mondo, trasformandone la percezione da capitale della mafia a grande capitale interculturale.
Impensabile in questo negare il suo grande impegno e i risultati. Ma è anche impossibile dimenticare lo slogan elettorale ”Orlando il sindaco lo sa fare”. Una promessa che non ha saputo mantenere, affermano i cittadini che protestano per la città sporca, i marciapiedi a pezzi, le strade che si allagano al primo acquazzone, i problemi di viabilità, parcheggi, ztl. Che non gli perdonano, ingenerosamente, le politiche di accoglienza verso i migranti, viste solo come tempo sottratto alla soluzione dei problemi ordinari della città. Sentimento esasperato dall’emergenza Covid, che si concretizza nel precipitare Orlando all’ultimo posto della classifica sul gradimento dei sindaci dei 105 capoluoghi di provincia italiani, Governance Poll 2020, realizzata per il Sole 24ore.

In consiglio comunale qualche giorno fa, sotto il fuoco incrociato delle opposizioni, Orlando ha evocato il pericolo della presenza di “cricche” più o meno occulte, come quelle che imperversavano quando la mafia governava a Palermo. Di sicuro, una cricca è quella individuata dall’inchiesta Giano Bifronte su corruzione, appalti e speculazioni edilizie al Comune di Palermo, di cui sono state da poco concluse le indagini preliminari.

Totò Lentini, che ha appena lasciato Fratelli d’Italia per aderire al gruppo Ora Sicilia all’Ars, oggi si rivela pentito di avere appoggiato con una propria lista alle comunali la candidatura di Orlando nel 2017: “Palermo è al collasso, il Covid e le ‘cricche’ non possono più riparare Orlando. Il sindaco si guardi allo specchio e si consideri un capitolo chiuso”.

Non c’è dubbio che l’emergenza economica post-covid esasperi l’insofferenza e la protesta verso chi governa, soprattutto quando si aggiungono ai tanti disagi concreti e reali quelli dei cattivi servizi pubblici. Esaperazione e protesta sono i motivi su cui sempre più spesso in questi tempi di crisi fanno leva coloro che chiedono dimissioni, sfiducia ed elezioni anticipate. Oggi la politica è “social”, una continua competizione mediatica elettorale a suon di sondaggi di popolarità per distrarre i cittadini dal dramma di non trovare nessuno capace di governare e risolvere i problemi atavici e ordinari. La pulsione degli italiani è rivolta alla protesta, al tentativo di liberarsi della “vecchia politica”, cercando qualcun altro, diverso, da votare.

Ma solo chi non conosce Leoluca Orlando può pensare che rinunci volontariamente al ruolo che avverte come missione, di ultimo baluardo contro cricche, mafia e intrallazzi. Anche perché da politico sa bene che, finora, a sinistra non c’è nessuno cui passare il testimone, un successore che possa continuare la sua visione, un candidato sindaco con un carisma paragonabile al suo e che dia continuità al suo percorso politico. In questo senso, dopo il nubifragio che ha sommesso Palermo il 15 luglio, le parole più adatte che potrebbe pronunciare sono quelle attribuite a Luigi XV di Francia: “Dopo di me il diluvio”.


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Dario Fidora

Direttore responsabile