“Il Frate e la Rosa”, romanzo di Gabriele Bonafede. Un visionario e ironico viaggio nella Palermo di ieri e di oggi

Gabriele Bonafede si è divertito, e ci ha fatto divertire. E anche molto, direi.

Ma “Il Frate e la Rosa”, il suo nuovo romanzo, non è solo risate, ironia e paradossi. È soprattutto un fantastico volo su Palermo e i suoi abitanti, un fantasioso viaggio nella storia della città. Un’immersione nei vicoli e nelle strade della Palermo antica che rivive attraverso alcuni dei suoi più famosi personaggi.

Gabriele Bonafede
Gabriele Bonafede

È un racconto che scorre dall’oggi ai secoli scorsi, ma anche al contrario. Un rimando continuo dal passato remoto all’attualità che trova il suo giusto mix in un finale sbalorditivo. Troviamo, quindi, l’inquisizione spagnola e la brutalità della mafia, gli antichi riti religiosi e l’opportunismo dei politici di oggi, l’ingenuità dei giovani e le oscure trame degli adulti.

L’attualità e il contemporaneo entrano nella narrazione attraverso il susseguirsi di telegiornali ridicoli, superficiali, completamente disinformati e disinformanti. Da questo punto di vista la critica e il disprezzo dell’autore verso “i social” e il circuito dell’informazione è tanto sbeffeggiante quanto totale. Distorsione, falsità, “fake”, delle notizie veicolate sono ormai la normalità del nostro mondo irreale e virtuale.

Ma al di là del sottile strato di pessimismo, ci sono il gioco, il divertimento, lo sberleffo. Un continuo e costante sorriso che ci accompagna dall’inizio alla fine. E ci sono pure la religiosità, la fede, l’ultraterreno; importanti temi ampiamente trattati per i quali sarà inutile accusare lo scrittore di blasfemia, oltraggio e ingiuria.

La trama non la possiamo esporre. Sveleremmo, altrimenti, tutto l’arcano e il misterioso che si cela dietro l’iniziale impenetrabilità delle prime pagine. E d’altronde la storia, le storie, sono così distanti, così apparentemente staccate una dall’altra, che è veramente difficile definire il tema, il nocciolo centrale, fino al finale di tutto il racconto.

È vero che all’inizio avviene un omicidio, e per questo l’Autore preferisce definire la sua creazione “in giallo”. Ma noi non siamo d’accordo. È piuttosto un gigantesco e variopinto affresco della palermitanità, e “italianità”, e dei suoi profondi e contraddittori caratteri.

Però possiamo senz’altro elencare alcuni degli ambienti nei quali c’imbattiamo frequentemente: un commissariato di polizia, un rigoglioso giardino nascosto, vaste camere d’ospedale, piazze e strade di Palermo.

I protagonisti sono un frate analfabeta, una giovane ragazza, un poliziotto testardo. Collateralmente ci sono anche un onorevole, un giornalista, due leggiadre figure femminili, due suore. Ma solerti centralinisti, poliziotti intraprendenti, elicotteristi visionari, malati improvvisamente guariti, malviventi, ecc., hanno una parte rilevante. Insomma, un gigantesco e mirabile groviglio che si ricompone e riunifica a poco a poco, per culminare nell’esaltante finale.

Le ultime 50-60 pagine, infatti, sono una vera e propria cavalcata, un’unica e grande sfilata, metà religiosa e metà festa di piazza, che partendo da Monte Pellegrino, attraverso il centro storico e fino al Foro Italico, costituisce l’apoteosi di tutto il racconto. Un inno, sacro e profano assieme, che s’innalza definitivamente verso il cielo e l’etereo. Elementi e atmosfere che d’altronde caratterizzano l’intero percorso narrativo.

La scrittura, così come ci ha abituati Gabriele Bonafede sin dal suo primo romanzo, è ricercata e scorrevole, erudita ma passionale. C’è lo spagnolo, il portoghese, il latino, e altre lingue ancora (la trascrizione grafica del “Pollinese”, la speciale inflessione dialettale delle Madonie, è esilarante e stupefacente). Ma c’è soprattutto il siciliano, che non è quello ora di moda, di maniera, quello che si sente nelle pessime fiction televisive e cinematografiche.

È invece la lingua palermitana, usata per ridere e far ridere; violenta e nello stesso tempo ironica; sgradevole ma in definitiva bonaria. “La pasta col forno”, “Le arancine fritte nell’olio fituso”, altre espressioni e gergo volgari, parolacce di tutti i tipi, ricorrono continuamente, alleggerendo qualche pesantezza e smorzando la tragicità.

Caratteristica speciale costituiscono i dialoghi: vivi, precisi, incalzanti; tengono alta la tensione e fanno scorrere le pagine una dietro l’altra.

Un po’ di vizi dello scrittore li dobbiamo menzionare. Eccessive descrizioni particolareggiate, il ripetersi di lunghe conversazioni, il soffermarsi su preghiere, inni e giaculatorie in lingua straniera. Un po’ di pagine, probabilmente, potevano esserci risparmiate.

Per chi ha letto il precedente racconto dell’Autore, “Appunti di una giovane anima. Alexandra Tomasi di Lampedusa”, viene naturale fare un raffronto.

Sono due libri molto diversi. Il primo è un vero e proprio romanzo storico. Una storia del Novecento mondiale, europeo, ma anche siciliano. Con una scrittura fluida, scorrevole, coinvolgente. Una piacevolissima lettura.

Il racconto di cui abbiamo parlato oggi, invece, è un’altra cosa. Una drammatica e dissacrante descrizione dell’attualità e dei suoi falsi miti. Un’irrisione spietata e sottile di alcuni slogan odierni. Una visione del mondo politico-istituzionale che inevitabilmente genera catastrofi e futuri bui e tenebrosi, eppure con qualche speranza.

Insomma, abbiamo scoperto un autore multiforme e poliedrico, serio ma forse ancor di più satirico. Con una facilità di scrittura e una fantasia notevole. Vediamo adesso cosa ci riserverà nel futuro.

Giovanni Burgio


(Acquarello in copertina di Odette Gorska, pittrice lettone che vive a Palermo)


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Giovanni Burgio

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