Proclamato anche a Palermo e a Catania lo stato di agitazione dello spettacolo

Le Istituzioni non rispondono e il comparto dello spettacolo  proclama lo lo stato di agitazione permanente nazionale.

L’iniziativa di protesta è indetta dal Coordinamento nazionale delle lavoratrici  e dei lavoratori dello spettacolo, che ieri ha organizzato presidi in 12 città.

Particolarmente attiva la Sicilia, che ha manifestato in due città, a Palermo, in piazza Verdi, e a Catania, in piazza Teatro Massimo, con la presenza della Federazione del Sociale USB, che sostiene la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori di questo settore particolarmente colpito dall’emergenza Coronavirus.
“Il coronavirus – si legge nel comunicato nazionale USB – ha reso evidente uno stato di cronica precarietà che affligge tutto il settore da molti anni. Il mondo dello spettacolo e quello più generale della cultura costituiscono un ambito dove il lavoro viene pagato a giornata, in modo intermittente o semplicemente attraverso le formule più fantasiose come il rimborso degli scontrini, in un quadro di generale e selvaggia deregolamentazione.
Purtroppo, accanto alla riduzione delle tutele il mondo della cultura ha subito in questi anni anche un forte processo di privatizzazione e di riduzione delle risorse pubbliche destinate al settore, che hanno prodotto sia una svalorizzazione qualitativa che una crescente subalternità del lavoro artistico agli interessi di natura economica. Il progressivo disimpegno economico dello Stato e la nascita di fondazioni e consorzi privati, anche per rispondere ai vincoli dell’UE, potevano avere un solo esito: la polverizzazione delle tutele dei lavoratori ed il collasso, anche produttivo, del sistema artistico e culturale.
La crisi che vive oggi il mondo della cultura e dello spettacolo non è frutto della sola emergenza sanitaria ma è la conseguenza strutturale di un sistema che si è fondato in tutti questi anni proprio sull’uso sistematico del precariato e su una drastica riduzione del costo del lavoro. L’assenza di regole e di un riconoscimento giuridico per decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici è un pilastro sul quale si mantenuto in piedi un intero settore dell’economia nazionale.
Ora le cose possono e devono cambiare. La prima questione, irrinunciabile e immediata alla quale mettere mano è la garanzia del reddito per chi lavora in questo settore. Gli strumenti e le risorse messe in campo finora non bastano e non sarà certo la riapertura parziale delle strutture a modificare la situazione. Occorre una misura economica che copra l’intero periodo di crisi e metta in protezione chi ha visto saltare le programmazioni e le attività previste per i prossimi mesi. Serve quindi una forte iniezione di risorse pubbliche che salvi le forze che animano la vita culturale ed artistica del paese, anche come risarcimento di fronte alla condizione di totale abbandono sofferto in questi anni. E poi occorre finalmente mettere mano ad un riordino di tutto il settore”.

Stato di agitazione permanente della cultura e dello spettacolo

Il 19 maggio 2020 il Coordinamento dello Spettacolo aveva inviato un  “Documento Emergenza” al governo per chiedere un incontro urgente  entro il 30 maggio, incontro, come dimostra la mobilitazione di ieri, che non è mai avvenuto.
Il Coordinamento avrebbe voluto un incontro con il governo  per chiedere:
“Un reddito di continuità che traghetti il comparto culturale fino alla ripresa piena dei singoli settori e ne tuteli e garantisca l’esistenza, salvaguardando i rapporti di lavoro in atto, anche attraverso incontri politici e tecnici, quindi alla presenza di ministeri e INPS;
Un tavolo di confronto tecnico-istituzionale immediato sulla riapertura, fra lavoratrici, lavoratori, sindacati, governo e istituzioni, che abbia come priorità: salute per lavoratori, lavoratrici e pubblico; protocolli di sicurezza; finanziamenti pubblici; strumenti di riforma, sia per la ripartenza in presenza, che per una virtualità sostenibile e democratica”.
In attesa dell’incontro con le istituzioni, il Coordinamento preannunciava, che se non fosse giunta  risposta alla richiesta d’incontro, ” la proclamazione di uno stato di agitazione permanente, con manifestazioni unitarie nelle principali piazze italiane, fino allo sciopero di tutto il comparto e di tutte le azioni che riterremo più opportune”.


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