Musumeci vuole il “suo” ufficio stampa. Contro di lui tutti gli organismi di rappresentanza dei giornalisti

La sentenza della Corte Costituzionale dell’11 aprile scorso ribadisce le disposizioni della legge 150/2000. I profili professionali dei giornalisti non si stabiliscono per legge, ma solo per contratto. Anche in Sicilia.

Ordine e Sindacato dei giornalisti denunciano norme e bandi regionali sugli uffici stampa che creano confusione nonché artificiose e illegittime discriminazioni tra pubblicisti e professionisti, laureati e non laureati.

A Nello Musumeci non è proprio andato giù di essere all’ultimo posto tra i governatori d’Italia nella lista del sondaggio sul gradimento da parte dei cittadini, pubblicato di recente dal Sole 24 Ore.
Un contributo per risollevare l’immagine pubblica del suo governo dall’imbarazzo per quell’ultimo posto in classifica, avrebbe potuto essere il corretto ripristino dei servizi di informazione dell’ex ufficio stampa della Presidenza della Regione Siciliana, cancellato da quel Saro Crocetta da dimenticare che, nel 2012, licenziò di punto in bianco tutti e 21 i giornalisti in servizio, dipendenti a tempo indeterminato.
Il presidente Musumeci ha iniziato da tempo un iter per riassumere giornalisti nel suo ufficio stampa, ignorando però – gli si contesta – le disposizioni di legge che prevedono la necessità di rispettare la specifica area di contrattazione a tutela dei profili professionali dei giornalisti.
È bene sottolineare che non si tratta affatto di un area privilegiata che riguarda i giornalisti. Le situazioni di privilegio dipendono solo e sempre, purtroppo, dall’esistenza di cattivi amministratori pubblici. Le condizioni che disciplinano lo svolgimento e la remunerazione del rapporto di lavoro dipendente prevedono normalmente la tutela attraverso contrattazione sindacale e riguardano ogni specificità all’interno della pubblica amministrazione, non solo l’informazione, ma sanità, scuola, forze dell’ordine, giustizia, etc.

Semplicemente, in Sicilia è in vigore dal 2007 il contratto stipulato tra Fnsi, Associazione Siciliana della Stampa e Regione Siciliana, Anci e Urps (Unione regionale delle province siciliane) che riguarda i profili professionali dei giornalisti assunti negli enti pubblici sottoposti alla Regione, e che ha lo scopo, banale ma essenziale, di armonizzare gli istituti contrattuali dei giornalisti (che lavorano generalmente per quotidiani ed emittenti) con la specifica attività che svolgono gli addetti degli uffici stampa pubblici.

Nonostante l’obbligo della contrattazione a tutela dei lavoratori da parte della Regione Siciliana sia espressamente dettata, per quanto riguarda i giornalisti dipendenti degli uffici stampa, dagli articoli 9 e 10 della legge speciale n. 150/2000, che inibisce alle Regioni di disporre e legiferare in contrasto con tale norma, l’Aran Sicilia ha inserito nel testo del contratto di lavoro dei dipendenti regionali, all’art. 18,  nuovi profili che riguardano l’attività di informazione mai negoziati e sottoscritti dall’Assostampa Sicilia-Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti. La Giunta Musumeci ha poi deliberato l’approvazione del CCRL Aran Sicilia e, ancor prima della sua entrata in vigore, ha bandito la selezione per 12 posti da addetto stampa.
Ordine e Sindacato dei giornalisti hanno protestato per essere stati convocati, nonostante le loro espresse richieste, solo per riunioni interlocutorie in cui Musumeci (e l’Aran Sicilia per suo mandato) hanno comunicato cosa intendevano fare, unilateralmente. Non si è mai iniziata (né quindi conclusa), la negoziazione sindacale prevista dalla legge 150/2000 all’art.9, comma 5.
Inoltre, viene contestato che i due bandi emanati riassumono una baraonda quasi incredibile di atti illegittimi e contraddittori, a partire dalla norma incostituzionale che esclude i giornalisti pubblicisti e impone per legge nell’ufficio stampa della Presidenza che il profilo professionale debba essere quello del giornalista professionista da almeno 10 anni.
Da notare invece che l’Aran nel contratto precedente (ancora in vigore) aveva previsto espressamente tutto il contrario: il profilo professionale risultava essere quello del giornalista pubblicista. Alchimia burocratica, ennesimo mistero che non è dato conoscere.

Tra gli aspetti maggiormente contestabili, l’aver introdotto artificiosamente per il giornalista un profilo di categoria C oltre quello di categoria D. Sulla carta, sei dirigenti e sei subordinati da selezionare per lo stesso ufficio, che però in realtà nei due rispettivi bandi si scopre debbano svolgere le identiche mansioni.
Un po’ come se, per individuare bravi violinisti in un’orchestra, che debbano suonare l’identico spartito, si faccia un distinguo tra “violinista” e “violinista laureato”, pretendendo che il primo abbia il compito di tenere il leggìo al secondo. Ennesimo esempio di come con questa burocrazia la Sicilia non abbia alcuna speranza.

Le modalità di espletamento della selezione lasciano inoltre ampia discrezionalità di scelta alla commissione. Forse troppo ampia e distante rispetto alle effettive caratteristiche della professione.

In Italia da troppo tempo è invalsa l’abitudine, soprattutto da parte di certi politici, di svilire il ruolo di corretta informazione nei confronti dei cittadini che deve svolgere la stampa, e di come tale ruolo sia presidio fondamentale dei diritti della comunità. È in atto una pericolosa deriva, che tende a sottrarre tutele e identità alla figura professionale del giornalista, quando dovrebbe invece essere resa meno precaria e indipendente da ricatti per adempiere correttamente la propria missione sociale, come avviene in ogni altro Paese con solida cultura civile e democratica.

Anche aldilà di questa particolare tormentata vicenda che riguarda gli uffici stampa pubblici, forse in Sicilia come in Italia l’errore è stato quello di assecondare, ovvero non contrastare finora come si doveva, l’irragionevole ostilità della burocrazia che vede i giornalisti come una semplice ennesima declinazione impiegatizia della pubblica amministrazione. Il ricatto nei confronti della categoria implicito in questo atteggiamento è consistito nella mancata applicazione della legge 150/2000. Si è sperato in un compromesso che conducesse comunque al suo adempimento e all’istituzione degli uffici stampa in tutta la PA, in un momento in cui la crisi dell’editoria convenzionale continua a diminuire drasticamente livelli occupazionali e compensi dei giornalisti. Speranza vana.
Qualsiasi precarizzazione dei giornalisti prelude a rendere precario il diritto alla libera e corretta informazione ai cittadini, presidio di democrazia.

Non se la prenda il collega giornalista Musumeci se oggi la sua ostinazione nel non adempiere ad una legge nata in ossequio al principio della trasparenza ha avuto l’effetto di fare esprimere unanimemente tutta la categoria contro il suo operato. Dagli errori, con saggezza, è sempre possibile imparare.

Dario Fidora

Direttore editoriale