Il grande Torino, metafora di un mondo diverso

Mio padre, classe 1914, era un uomo tranquillo, un moderato diremmo oggi.

Antifascista senza troppo coraggio visse la guerra lavorando come funzionario statale senza rischiare la pelle perché quelli come lui erano burocrati preziosi.
Buon padre di famiglia, difficilmente si esaltava, raramente si deprimeva. E fu per questo che, avevo 6 anni, mi stupì quando mi chiamò tutto eccitato perché alla radio c’era una partita di calcio a parer suo imperdibile.

Era il maggio del 1964 e la partita era Inter-Real Madrid. Vedi, disse, nell’Inter gioca il figlio di Valentino Mazzola che non è stato soltanto un calciatore ma un simbolo, una speranza, un segno di rinascita insieme alla sua squadra: il Torino anzi il Grande Torino… tifavamo tutti per lui… Persino io che di calcio non capisco nulla.
Il Grande Torino fu una squadra che ebbe la ventura di dominare in Italia ed anche all’estero negli anni immediatamente successivi al dopoguerra. Pieno di ragazzi che avevano combattuto al fronte ed erano scampati alla guerra ed alla fame: Bacigalupo, tanto famoso che finanche a Palermo una gloriosa squadra giovanile portò il suo nome, Loik, Gabetto, Maroso, Rigamonti, Castigliano… nomi che in un’epoca senza televisione e senza social suonavano sulla bocca di tutti come sinonimo di grinta, classe, voglia di vittoria, come riscatto da un periodo buio fatto di paura, repressione, tessere annonarie, sirene d’allarme, bombardamenti, morti, lacrime.

Furono due, a detta di chi c’era, i simboli pop di quell’epoca: il boogie, vera colonna sonora della Liberazione, ed il Grande Torino… Musica e sport, la cultura popolare per esprimersi sceglie canali semplici, immediati e meravigliosi.
La grande bellezza di una realtà senza haters e senza fake era quella di un’Italia che da Torino a Lampedusa tifò tutta ed istintivamente per quei ragazzi che come premio per lo Scudetto (ne vinsero 5 di fila senza Var … ) avevano una Topolino, amaranto magari come ricordò il maestro Paolo Conte decenni dopo, che per sottolineare la ricchezza di Gabetto sussurrava che ” mangiava ogni giorno in trattoria”, e sopratutto che la domenica pomeriggio si incollava ad una radio a valvole, ipnotizzata dalla luce blu per passare finalmente un pomeriggio sereno. Dopo quasi un trentennio orribile… Poco per generazioni drogate dal consumismo, tantissimo per chi visse quei giorni.
La sorte, cattiva, si accanì contro quei calciatori, contro quel popolo stremato e speranzoso, ed una notte del maggio 1949, al ritorno da una partita a Lisbona contro il Benfica che meriterebbe un articolo a parte, decise che gli Invincibili (così venivano chiamati) diventassero Eroi immortali ed indimenticabili. Un temporale, una collina avvolta nella nebbia ed una tecnologia ancora adolescente provocarono uno schianto, una strage, un funerale oceanico, un dolore immenso… Anche per questo la saga dei Mazzola e dell’Inter herreriana ebbe tanto seguito, il figlio sulle orme del padre morto giovane… roba da teatro greco.
Sono passati settant’anni, molti tra noi abbiamo vissuto il cinquantesimo ed il sessantesimo anniversario di quella notte, ma mai come oggi la nostalgia struggente di quel periodo, di quei fatti si fa sentire tanto forte. Perché non è il Grande Torino a mancarci ma la capacità di sognare un mondo diverso, di godere di una pace raggiunta e mai al sicuro , di sperare un futuro dove possiamo sorridere invitando un figlio a seguire una partita di calcio.


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