Palermo, c’è ancora aria di mandrakata

È comprensibile che la buona notizia dello scampato pericolo abbia notevolmente abbassato le difese immunitarie di chi ha osservato in questi mesi le tristi vicissitudini del Palermo con la ragionevole consapevolezza di essere davanti ad una mandrakata di pessima qualità.

Scongiurata la penalizzazione, almeno per questo giro di giostra, è come se la mente di ciascun tifoso che ha i ventricoli uno rosa e l’altro nero abbia selettivamente rimosso tutti gli indizi che portano alla più semplice delle conclusioni: questo ammasso di bugie utili a dribblare debiti e responsabilità, non è ancora giunto al termine.

Gigi Proietti
Gigi Proietti, interprete di Febbre da cavallo – La mandrakata

Riavvolgiamo il nastro. C’è Zamparini che deve disfarsi del Palermo, per necessità più che per scelta. Ormai la giustizia ordinaria – oltre che quella sportiva certamente meno minacciosa – è sulle sue tracce e non sembra disponibile a mollare l’osso. La buona stella sembra averlo abbandonato, e anche qualche buona amicizia che in passato l’ha tenuto lontano dai guai.

Il vecchio Zampa s’inventa la più incredibile delle cessioni che si conoscano nella storia recente del calcio italiano, persino più bizzarra di quella del Parma e tutti ricordiamo come finì. Eppure mezza città abbocca nonostante più di un sospetto destato sin dalla prima uscita. Mai giudicare dalle apparenze, ma in un mondo che vive di sano provincialismo e ostenta dai calzini griffati alle cuffiette degli smartphone, questa allegra comitiva made in England vestita con gli scarti di magazzino dell’Upim anni ’70 e che pasteggia dall’equivalente marinaro di un all you can eat, cosa c’azzecca con un affare che porta in dote almeno una trentina di milioni di euro di debiti?

Non lacrima Zamparini quando sottolinea che quello era l’ultimo regalo fatto alla città di Palermo, cela piuttosto un sorriso beffardo di chi sa di avere ripagato con eguale moneta chi ha osato non genuflettersi davanti all’arroganza. Come si sono permessi questi straccioni, calcisticamente parlando, di frantumare i cabbasisi a chi ha regalato momenti di effimera gloria? Questo il ragionamento semplice semplice di uno spregiudicato imprenditore che non ha un bidone al posto del cuore ma un ritratto del proprio ego in maxi formato.

E nel calderone ci sono anche i magistrati delle Procure siciliane per nulla propensi a mandare in archivio i loro sospetti. La ribellione di Zampa è totale, gli inglesi sono lo strumento più efficace per sfilarsi dalla scomodissima posizione dello schiaffo del soldato. Basta scappellotti, se li prenda qualcun altro, la sua partita deve dichiararsi finita e che la gentaglia di Palermo pensi ciò che vuole.

Solo che i venditori porta a porta di sua maestà britannica si sfilano uno a uno, non si sa se complici o gabbati, come sottilmente ha fatto sottintendere mr Richardson, il primo capo dei manichini di una governance assai sgualcita.

Bugie su bugie, finché l’italianissimo Emanuele Facile è rimasto solo a fare l’incantatore di serpenti. Solo che al suono del suo piffero non s’alzava più alcun cobra ma viscidissime bisce simboli di cattivi presagi. Ad un passo dalla penalizzazione e dall’intervento degli organi sportivi (un giorno ci diranno che loro avevano capito tutto da tempo…) che forse avrebbe scoperchiato verità imbarazzanti, ecco che arriva l’altro colpo di scena: via Facile e dentro la coppia Foschi – De Angeli. Che a cercare due più fedeli a Zamparini di costoro si fa veramente fatica. Hanno i denari per sostenere l’operazione? Neanche a parlarne. Ma tant’è, a questa versione della cacciata degli unni e di arrivano i nostri Palermo tributa altri inchini.

Foschi dice di aver letteralmente strappato le azioni a Facile e compagnia bella, in automatico anche la montagna di debiti che neanche lui riesce ad oggi a quantificare. Ma questo non lo dice in quella conferenza stampa in cui sembrava di sentire parlare uno Zamparini riuscito male. Foschi è credibile come proprietario del Palermo? No, ma che importa. Intanto sino al prossimo mese di marzo siamo salvi. Perché intanto il direttore, che non vuole essere chiamato presidente, svende qualche pezzo dell’argenteria di famiglia e trova nella cassaforte della famiglia Mirri la liquidità che serve a pagare gli stipendi di novembre e dicembre. In attesa di una cessione stavolta reale.

A occhio sembra che l’intervento della coppia Foschi – De Angeli abbia sollevato Zamparini dall’incombenza di vedersi ritornare indietro il Palermo e che i suoi due ex dipendenti abbiano l’unico compito di capire se c’è qualcuno in giro disponibile a rilevare quella che oggi è una fragile  baracca ma che dopodomani potrebbe diventare un bellissimo attico con vista sul golfo di Mondello. Una trasformazione consentita solo dalla promozione in serie A, certamente possibile nonostante tutto. Esclusivamente in quel caso l’affare potrebbe diventare appetibile. Dopo san Rino Foschi, accanto alla santuzza Palermo adesso fa sedere Dario Mirri, l’unico che ha tirato i soldi di tasca e bisogna dargliene atto, come bisogna accogliere come fatto positivo il gesto di Confindustria di acquistare biglietti dello stadio.

Conosco Mirri, non è uno stupido e neanche un giocatore d’azzardo, se ha firmato un assegno di quasi 3 milioni vuol dire che ha qualche certezza che non rivela. Si può essere tifosi e nipoti di Renzo Barbera quanto si vuole, ma nessuno brucia il patrimonio di famiglia perché colpito dalle parole di Bellusci. E infatti, tra il detto e il non detto, sempre a cavallo tra mezze verità e amabili omissioni, sembra che qualcosa sotto sotto si muova tanto che Mirri ha pregato l’amico Rinaldo Sagramola (ah, quanto è difficile liberarsi del passato) di dare uno sguardo ai conti per capire come presentarsi davanti ad eventuali acquirenti. Perché adesso Mirri è consapevole che il suo business, fatto di vendita di pubblicità allo stadio, funziona finché il Palermo è vivo e in buone mani. Altrimenti correrà il rischio di essere l’ultimo a cui hanno dato la muffa.

Quindi, lasciando stare le santificazioni assolutamente fuori luogo, per Foschi o chiunque altro, se da un lato l’intervento di Mirri è un ottimo auspicio, dall’altro il solo sentire parlare di cordata di imprenditori locali evoca tristissimi pensieri. Mirri, Sagramola, Foschi o chi per loro, cerchino oltre lo Stretto. E stiano ben attenti, perché i primi a correre al capezzale dell’ammalato difficilmente sono i medici, molti più spesso i carnefici. E questi ultimi mesi l’hanno ancora una volta dimostrato.

Il resto, che si chiami sottoscrizione o azionariato popolare, è catalogabile sotto la voce sogno romantico. L’unica cosa positiva di questa vicenda? Si è risvegliato finalmente lo sirito di appartenenza. E non è un caso che più si allontana l’ombra che da Vergiate si allunga in via del Fante e più forte si senta palpitare il vecchio cuore rosanero. Che Palermo si riappropri del Barbera, questo sì. E, se ci sono le condizioni, che si riapra la campagna abbonamenti, che l’aria che si respira è quella dei giorni migliori. Non fosse altro che per una questione di scaramanzia. Nel 2004, unica volta a nostra memoria, a gennaio si fece il pieno di tifosi e alla fine Toni e Corini ci riportarono in serie A.

Ecco, siamo stanchi di questa infinita sequela di palle e desiderosi di tornare a parlare di pallone, sogniamo il giorno in cui Palermo ritrovi la sua più autentica dimensione calcistica che non deve essere per forza quella dei Cavani o dei Pastore, ma una sana e genuina maniera di vivere con passione quel qualcosa che, al di là di sesso, censo e religione, fa battere forte il cuore di una città.