Zampa out, il Palermo agli inglesi. Ma sarà vero?

Avrebbe potuto essere il più grande presidente della storia del Palermo, invece Maurizio Zamparini – se è vero ciò che si dice – esce dalla porta secondaria per evitare fischi e lazzi proprio di quel popolo che nei primi anni l’ha osannato più di un re, quasi alla stregua di un messia.

Se è vero ciò che si dice. E in questa frase c’è il riassunto di un’avventura che avrebbe meritato migliore epilogo. Al vecchio Zampa, già antico nella sua dimensione professionale persino quando 15 anni fa sbarcò a Palermo, si è perdonato tutto, dalla spocchia tipica dell’arricchito a quell’isteria che ne ha contraddistinto i rapporti con il mondo del calcio, nei suoi aspetti tecnici e di potere.
Non esiste dirigente al mondo che ne parli bene, perché nel suo vendere cara la merce di casa – cosa più che legittima – c’era anche l’implicita e beffarda conclusione: “Coglioni voi che bussate alla mia porta, imparate a comprare per tempo i Pastore, Ilicic, Dybala o Vazquez…”. Per non parlare degli allenatori o dei direttori sportivi, i primi trattati come quei domestici di cui non si può fare a meno perché non si vuole gestire la casa ma si ha la presunzione di sapere come fare, i secondi strapagati, ma relegati in pubblico a mansioni secondarie perché la vanità di esibire la sua gioielleria come fosse da lui creata è stata pari al denaro sperperato negli anni in cui 10, 100,1000 Labrin e Jara Martinez toglievano risorse agli investimenti essenziali.
Il miracolo di Zamparini non è stato il Palermo, piuttosto essere diventato benestante al limite della ricchezza vera, perché per quello che ha mostrato a Venezia e poi a Palermo di organizzazione aziendale e management non capisce una capsula. Ha saputo costruire un modello di vendita al dettaglio e il suo fenomenale didietro gli ha consentito di passare all’incasso vendendo al momento giusto, levandosi dai piedi sindacati (vade retro…) e problemi di gestione. In cambio ricevette un pacco di miliardi sufficienti a togliere pensieri ad una decina di generazioni della sua famiglia.

Il calcio per Zampa ha rappresentato il riscatto sociale, l’occasione per avere un posto prenotato al salotto buono dell’imprenditoria italiana che altrimenti i vari Agnelli (e derivati), Moratti, Berlusconi e Squizzi con cavolo che sarebbero stati costretti ad ascoltare le sue giaculatorie. Il calcio ha fatto venir fuori la sua dimensione di provinciale a tutto tondo e per questo Palermo l’ha amato sino alla venerazione, perché il sor Maurizio incarna perfettamente la provinciale necessità dell’apparire più che dell’essere, la voglia di masaniello che la storia ci ha lasciato in eredità, di fottersene pacchianamente delle regole, di fare una rivoluzione senza ideologia e con il principale istinto di sostituire chi si ha davanti. Cose che piacciono da queste parti, come il posteggio in seconda fila o i rifiuti buttati per strada a qualsiasi ora.
Cose di capriccio che sono durate sino a quando il dittatore di questo stato libero di bananas che è stato Zamparini ha preso una squadra di straccioni ad un passo dal fallimento e l’ha trasformata in uno dei pochi fenomeni partiti dal basso del calcio italiano degli anni 2000.
Con un progetto serio e con regole meno approssimative Palermo, come Firenze e più di Genova, sarebbe stata la prima alternativa al calcio delle metropoli. Ma anche con questo perverso sistema di dragaggio delle risorse il rosanero avrebbe potuto essere nel novero dei colori dominanti, se il capomastro non avesse cambiato strategia. Per necessità, principalmente. Ma la strada e il metodo hanno lasciato molto a desiderare, sia i tifosi che i magistrati.
Perché è vero che i bilanci bisogna saperli leggere, ma a spanne era evidente a tutti, ancora prima che il Sole 24ore ce lo sbattesse in faccia, che il Palermo qualche soldino in cassa l’ha messo persino negli anni meno luccicanti. E che sarebbe utile sapere quale rotta hanno preso quelle finanze prima delle triangolazioni con Alyssa e Mepal ancora tutte da svelare.
Zampa ha venduto? Scatta non solo nel sottoscritto la sindrome del santommaso. Speriamo per tutti sia vero, prima in assoluto per la città di Palermo, ma ancora si fa fatica a crederlo perché troppe sono le incognite. A memoria d’uomo non si conosce compratore che non abbia l’orgoglio di mostrarsi più di chi vende. E sinora quella spacciata per la nuova proprietà non ha un volto. Nè si conosce la dinamica della cessione nei particolari che darebbero una visione di maggiore verità al comunicato ufficiale, meno banale di altri testamenti sportivi ma ovviamente avaro di dettagli.
L’unica cosa che si è voluto mettere in chiaro è che il Palermo è stato ceduto per 10 euro. Oltre ovviamente al carico di debiti cartolari che Zamparini riduce a quasi 23 milioni ma che rischiano di essere molti di più.
Sappiamo di tornare alle origini, yes. E di battere di nuovo bandiera inglese. Siamo di Londra, come il Chelsea o l’Arsenal, il Totthenam e il West Ham e nel loro piccolo anche il Crystal Palace, il Queens Park Rangers, il Fulham o il Wimblendon. Poi se questa nuova società è londinese o ha sede a Londra lo scopriremo a tempo opportuno.
Ciò che ci si aspetterebbe da una nuova compagine societaria? Innanzitutto di mettere in sicurezza il risultato sportivo – cioè la promozione – con una strategia adeguata allo scopo. Il denaro di una promozione in serie A ridurrebbe a zero il costo d’acquisizione e aprirebbe varchi a una politica di investimenti. Poi una bella spolverata all’antiquariato di via del Fante perché il mantenimento del posto di uno solo degli uomini chiave della appena conclusa gestione suonerebbe molto più che sospetto. E soprattutto una riorganizzazione del segmento sportivo che solo nei primi anni di Rino Foschi e con Walter Sabatini ha avuto una dimensione pari al rendimento prodotto.
Non si parla più dello Zampa consulente e questo è un passaggio importante perché ciò che è venuto fuori dalle inchieste e dalle intercettazioni rendono incompatibile la sua presenza a Palermo. Per adesso si accontenti di una fugace stretta di mano e di una smorfia di disgusto, se sarà vero ciò che appare verrà anche il tempo degli applausi.

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