Da Ventura a Mancini, tanto rumore per nulla

Dopo la storica e traumatica mancata qualificazione ai Mondiali di Russia, l’Italia fallisce anche l’accesso alle Final four della nuova competizione Uefa, la Nation’s League, dove va il Portogallo.

Soltanto che il primo fallimento, quello mondiale, portava la firma di Gian Piero Ventura, questo continentale, di Roberto Mancini, l’allenatore più glamour che c’è.
Quello, Ventura, è diventato il simbolo del crac, del flop, l’erede di Mondino Fabbri, il ct della Corea, il peggior fiasco di sempre dei colori azzurri, questo, il Mancio, è l’emblema del cambiamento, il pilota della rinascita. Ventura come Schettino, Mancini come chi? Certo, non il nuovo Cristoforo Colombo. Che, al netto dei panegirici mediatici, il risultato è stato lo stesso. E nel calcio agonistico, da che mondo e mondo, contano i risultati, quelli che restano negli almanacchi, non “Il bel gioco”. Senza i risultati, anche Sacchi avrebbe fatto le valigie dal Milan (Berlusconi voleva esonerarlo dopo l’eliminazione in Uefa, il primo anno) e persino della grande Olanda di Cruijff non avremmo memoria, se non avesse centrato due finali mondiali di fila.
Sì, a fare la differenza tra Ventura e Mancini è soltanto il trattamento che i media riservano a Mancini. Non ne faccio una questione tecnica, calcistica, ma di disparità di trattamento. Perché in Italia funziona così, a simpatia. Come per Nerone con gli storici della classe senatoria. Se piaci alla stampa, tutto ti è perdonato; viceversa, ti addebiteranno pure il rogo dell’urbe. A prescindere dai fatti.
La mia è un’opinione, voglio stimolare una discussione, non ideologica, ma basata sui fatti. Che dicono questo: l’Italia di Ventura e quella di Mancini hanno fallito entrambe, e tutte e due per un gol. Un semplice, miserabile gol. Quella della sterilità offensiva è stato il problema che ha condannato entrambe. Se la Nazionale di Ventura avesse segnato alla Svezia, a Milano, nella partita di ritorno degli spareggi, sarebbe andata in Russia; se quella di Mancini avesse fatto un gol al Portogallo, sempre a Milano, si sarebbe qualificata per le finali a quattro che avrebbe pure giocato in casa. Si obietterà che, sì, il risultato finale è uguale, anche se il peso delle manifestazioni è differente, ma il modo in cui ha giocato la squadra, l’atteggiamento in campo è opposto. Ed è vero, verissimo. Ma che conta? A che serve il bel gioco, se non fai gol? Se non batti la Polonia in casa? Se domini il Portogallo, privo di CR7, e non gli segni? L’Italia di Ventura arrivò seconda dietro alla Spagna, nel girone, pareggiò in casa con gli iberici anche per un errore di Gigi Buffon e perse male nel ritorno. Con tutto questo, se avesse fatto gol alla Svezia…
Certamente, all’andata, in Scandinavia, l’Italia non aveva praticamente giocato. Ma la Nazionale anzi, Ventura, era già nel tritacarne di una critica che voleva la sua testa, che lo riteneva inadeguato, incapace, da mandare via con o senza qualificazione. Non era proprio il clima ideale per garantirgli serenità nel lavoro e autorevolezza nei confronti dei giocatori. E, infatti, qualcuno si rifiutò persino di entrare in campo, al Meazza. Qualcun altro lo mandò a quel paese, dopo una sostituzione.
Mancini non ha risolto il problema del gol. Problema di uomini? E non li aveva anche Ventura? Problema di schemi? allora, è come Ventura. Però, la stampa li ha trattati e li tratta diversamente. Non soltanto la stampa, veramente. L’allora presidente della Figc, Tavecchio, scaricò subito Ventura, nella speranza, vana, di salvare la poltrona. Si individuò in una persona il responsabile di un fallimento che riguardava e riguarda un sistema, incapace di cambiare, di fare scelte, di difenderle e portarle avanti. Con Mancini è stata fatta una scelta tecnica e di immagine, che ad oggi non ha portato a nulla.

Si spera in una nuova generazione di fenomeni, che riporti l’Italia ai vertici del calcio mondiale. Perché ci si illude che i successi arrivino con la programmazione, con i vivai, invece dipendono soltanto dai giocatori. Senza quelli, anche la tanto decantata Germania, il tanto lodato modello tedesco, finisce in Serie B. E anche la Spagna, dopo aver dominato per un decennio, finiti i vari Xavi, Iniesta, diretti verso il tramonto gli altri, abbassa la testa davanti all’Olanda, risorta grazie a una nuova ventata di giovani di livello. Come la Francia o l’Inghilterra. E, si spera, come l’Italia. A prescindere dal ciuffo e dalle sciarpe di Mancini.

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