Sospensione della prescrizione dopo primo grado di giudizio divide M5S e Lega in Commissione Giustizia

Oggi il Movimento 5 Stelle ha presentato in Commissione Affari costituzionali e Giustizia della Camera un nuovo emendamento al suo ddl contro la corruzione (cosiddetta “legge spazza corrotti”), che ne modifica il titolo aggiungendo le parole “nonché in materia di prescrizione del reato” e mantiene la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, anche in caso di assoluzione.

Sulla modalità di attuazione della riforma dell’istituto della prescrizione, punto previsto nel contratto di governo, si attende ora un chiarimento tra Salvini e Di Maio.

Dopo lo slogan “aboliamo la povertà”, nei giorni scorsi l’anima cinquestelle del Governo giallo-verde ne ha lanciato un altro altrettanto significativo e di bandiera, “la giustizia non ha scadenza”.
E se la ricetta per il primo sembra consistere nel famigerato reddito di cittadinanza, l’antidoto per il secondo, a parere del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (M5S), sembrerebbe lo stop alla prescrizione, istituto giuridico che consente al cittadino di non restare ostaggio della giustizia sine die e di conoscere un termine “preciso e ragionevole” entro cui verrà accertata la verità.

L’annunciata “riforma epocale della giustizia” verrebbe attuata attraverso la sospensione del corso della prescrizione, dalla pronunzia della sentenza di primo grado fino alla data di esecutività della successiva sentenza che definisce il giudizio, trascinando le parti processuali nella condizione di “color che son sospesi”.

A destare forte indignazione e contestualmente l’alzata di scudi da parte dell’Unione Italiana Camere Penali, presieduta da Gian Domenico Caiazza, è stato non solo l’annuncio della paventata riforma che fa passare l’idea della prescrizione come cancro del processo, ma le infelici parole, usate dallo stesso ministro Bonafede, in merito all’attività degli avvocati penalisti, appellati come “azzeccagarbugli” in quanto attraverso “espedienti e artifizi giuridici” riuscirebbero a suo dire, a garantire l’impunità ai tanti “furbetti”. Parole queste, che oltre a suscitare l’ira di chi quotidianamente indossa la Toga con orgoglio ed esercita con onore il proprio ruolo, nasconde a monte una scarsa conoscenza dell’istituto della prescrizione a cui si vuole addebitare il malfunzionamento della giustizia italiana. Dimentica il Ministro che le istanze di rinvio avanzate dall’avvocato o dall’imputato, la cui ammissibilità è peraltro di volta in volta sottoposta al vaglio del giudice del dibattimento, sospendono sempre il corso della prescrizione.

È vero che qualcosa non va nei tempi della giustizia, ma è altrettanto vero che uno Stato non può tenere un cittadino sotto processo vita natural durante, considerato che l’art. 27 della Costituzione recita “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. L’abolizione della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado, si tradurrebbe dunque, anche ad avviso del ministro Giulia Bongiorno, in una “bomba atomica del processo penale”, perché rischierebbe di infliggere una pena a distanza di troppi anni e di punire persone ormai cambiate.

La pena, tra l’altro, sempre secondo il dettame dell’art. 27 della Costituzione, deve avere lo scopo della rieducazione del condannato e sono previste forme di espiazione diverse, che variano a seconda della condanna inflitta, ma che comunque garantiscono la certezza della pena. Detto questo, secondo quanto sostiene l’Unione delle Camere Penali Italiane, la prescrizione non è correlata a processi troppo lunghi, in quanto dati statistici dimostrano che il 70% delle prescrizioni maturano nel corso delle indagini preliminari e una percentuale di tempo analoga si consuma quando il fascicolo è nella disponibilità del PM ed il processo ancora non inizia.
A ciò si aggiunge che la prescrizione, spesso additata come causa di eccessive garanzie verso gli imputati, in realtà è un istituto indispensabile tanto per gli imputati quanto per le persone offese, che non potrebbero chiedere il risarcimento dovuto, se il processo si protraesse a lungo. E considerato anche che i casi di rinvii delle udienze sono principalmente dovuti agli errori nelle notifiche o alle assenze dei testi qualificati, forse sarebbe il caso di intervenire in altro senso, con meno slogan e più coscienza giuridica, per evitare che un sistema, già lacunoso di suo, possa privare un imputato, del diritto alla definizione della sua innocenza. In attesa di un incontro chiarificatore tra Il Ministro e il Presidente dell’UCPI, non resta dunque, al comune cittadino, che sperare di non finire nelle maglie di un sistema penale, che potrebbe far vivere anche ad un possibile innocente, una vita da imputato e che si passi dal fine pena mai, al fine sentenza mai.

Jose Marano

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