Arturopoli – il romanzo di Vincenzo Rizzuto

Vincenzo Rizzuto ha scritto una raccolta di racconti ambientati in Sicilia dal titolo particolare. Arturopoli. Vertigo l’editore.

Rizzuto, perché Arturopoli?.

Le sedici storie, costruite sul filo della memoria, ruotano, almeno inizialmente, attorno alla figura di Arturo, personaggio bizzarro realmente esistito in un non precisato luogo della provincia siciliana, per poi raccontare di una serie di altri personaggi che incrociano la vita di Arturo. Una rassegna di fenotipi ” animali” con i loro tic, le loro presunzioni, le loro gioie e le loro paure. La vita di tutti i giorni e soprattutto delle notti tirate fino all’alba.

Dove si svolgono le storie?

Le storie si svolgono in gran parte a Camporeale, piccolo centro agricolo dell’ Alto Belice, in provincia di Palermo. La scelta, tuttavia, di non citarne mai il nome, vuole significare che Arturopoli è, più che altro, un luogo della mente, al quale ricollegare le storie, che potrebbero sembrare surreali (una metafisica senza mondo), se non venissero ancorate a un luogo fisico, in un tempo che, comunque, sembra immobile, eterno, circolare, in cui si ha come la sensazione che tutto ciò che sta succedendo sia già accaduto.

Il libro vuole essere uno spaccato della vita di provincia, una provincia non angusta, ma vitale di memorie e di radici, in un periodo che va dalla seconda metà degli anni cinquanta alla fine degli anni sessanta, in una Sicilia, ancora per certi versi arcaica, ma che vorrebbe aprirsi al nuovo.

Quindi si parla di entroterra, a volte culla dei più bei tesori dimenticati visto che tutti sono abituati al mare.

Sì! Si parla dei Siciliani che non partono, di quelli che rimangono “attaccati alla roccia come l’ostrica”, e di quelli che sono già partiti, ma nel posto in cui arrivano, Milano, Torino, Germania, America, Argentina etc. etc., continuano a vivere portandosi dietro il mondo di abitudini che ha fatto di loro quello che sono, e a cui non saprebbero mai rinunciare. Rinunciare sarebbe come perdere la loro identità.

Il mare è appena oltre la collina, ma sembra irraggiungibile. Alcuni lo sognano come improvvisamente materializzatosi nella vallata di Mandranova,  che si apre ai piedi del paese. I pochi privilegiati che lo frequentano lo raccontano agli stanziali, magnificando incontri e avventure.

Chi sono i protagonisti?

Arturo – inizialmente – l’ alter ego del protagonista, e poi tutta una serie di personaggi a cui quest’ ultimo, man mano, va lasciando la scena. La storia di Arturo è il pretesto per raccontare cento altre storie, e per raccontarsi. C’è la partecipazione defilata dell’autore – voce narrante – e di un gruppo di ragazzini che all’inizio assistono da spettatori alle imprese dei grandi, e che nel corso della narrazione diventano grandi anche loro, fino a raggiungere i grandi di prima che, come per magia, si erano fermati ad aspettarli.

È il racconto della gioventù di diverse generazioni, concentrato in un’unica ideale stagione, dalla quale, alla fine, tutti usciranno adulti, per andare poi ciascuno per la propria strada.

Sono tutte storie vere?

Sì, sono tutte storie vere! Almeno, nascono tali! Nella tradizione orale, poi, ognuno si sente in dovere di aggiungere dettagli e tasselli “mancanti.”

Tra le storie ne spicca una per poesia e narrativa. Quella di Pasolini. Ce la accenni.

“Come se il paese fosse l’ombelico del mondo dove tutti, prima o poi, dovevano capitare, quella stessa estate, le scuole erano finite da un pezzo e la piazza brulicava di giovani rientrati dalle sedi di studio, una mattina, si vide arrivare un furgone OM blu, con la scritta ARCO-FILM.

Il mezzo passò lentamente fra le file di stanziali, seduti davanti ai bar e ai circoli, e si fermò nei pressi della chiesa. Dal lato a fianco del guidatore scese un omino con gli occhiali scuri, jeans chiari e camicia bianca…”. Spiegò che si trovava da quelle parti perché stava girando un film – inchiesta sull’ “amore degli Italiani”. Chiese se ci fosse qualcuno disposto ad accompagnarlo in giro per le strade del paese. Dialogò a lungo con uomini e donne, ragazzi e ragazze su antichi retaggi e su atteggiamenti sessuali, “a dir poco contraddittori” – parole sue -, restando stupito della sproporzione tra “la quasi segregazione delle donne e l’ardore sessuale dei ragazzi.”  Sproporzione che, a ben pensarci, è il tema cardine di molta letteratura. A un ragazzo, davanti l’uscio di casa, chiese, fra l’altro, se per lui fosse facile conversare con le ragazze, e quello candidamente gli rispose che aveva parlato solo con “so cucina” – sua cugina.-

Il film è “Comizi d’amore”. Conclude l’episodio così: “Qui nel profondo sud non c’è nessuno che non abbia le idee chiare sul sesso. Il nord è moderno, ma le idee sul sesso sono confuse, sono dei rottami di una ideologia vecchia, che non é più in grado di capire e di giudicare l’intera realtà. Il sud è vecchio, ma è intatto”. Era il 1962.

Quanto di possibile in termini di vita e patrimonio ha da offrire ancora l’entroterra siculo?

Sinceramente non ho più il termometro della situazione, abitando ormai a Palermo da moltissimi anni. Le poche volte che mi capita di ritornare in quei luoghi non riesco più a ritrovarmi, se non davanti a qualche vecchio muro scrostato e fatiscente, fra case ricostruite, dopo il sisma del ’68,  con spreco di denaro pubblico, e di dubbio gusto, per una popolazione ridottasi a tremila abitanti, dai settemila, ante terremoto. C’è anche il paese nuovo. Un paese fantasma, come gli altri paesi della valle del Belice. Mi verrebbe da usare un termine di moda: ” delocalizzazione “. Metodo assai discutibile per le fabbriche, ma folle per le comunità, per le quali il territorio significa identità e radici.

Lo vede più arretrato o più sospeso al tempo a cui forse dovremmo tornare tutti?

La sensazione che provo è di un paese fermo, ripiegato su se stesso, non sui valori di una volta, magari! Difficile un ritorno a quel tipo si società, semplice e sana! Sicuramente auspicabile! ma si dovrebbe ritrovare, o riscrivere, la ricetta.

Che strada prende Arturopoli? Sì espande oppure rimane ferma? Progetti?

Arturopoli è la mia “città invisibile”. Si espande in continuazione, nella mente. “L’essenziale non è la scrittura, è la visione”, come diceva qualcuno.  Potrei tuttavia dire che per me tutte le strade portano ad Arturopoli.  Dopo i primi due libri,  “Arturo e dintorni” e “Arturopoli” è recentemente uscito il mio terzo libro, “Storia minima”, ambientato nello stesso piccolo paese, nella prima metà del secolo scorso.  Attraverso il racconto di “storie minime” s’incrocia la Storia con la esse maiuscola, dalla Grande Guerra alla campagna d’Africa, al banditismo, allo strapotere della mafia – riesploso con tracotanza dopo la caduta del Fascismo -, alla plateale uccisione in piazza di un giovane sindaco che non volle piegarsi alle imposizioni e alle minacce di un mammasantissima.  La narrazione scorre parallela alla realtà – quella vera -. I personaggi, se pure realmente esistiti, sono reinventati, come per poter dare loro ancora una chance, una opportunità di chiarirsi. Addirittura per alcuni di questi, come ad esempio per Ettore – il sindaco – (non a caso il nome di fantasia mutuato da Omero), fui tentato fino all’ultima stesura di cambiargli destino. Quasi un delirio di onnipotenza che prende molto spesso chi scrive: ridisegnare il quadro sullo stesso dipinto, modificando qualche particolare.  Si tratta di quattordici storie, intimamente collegate tra di loro nelle quali ho cercato di mantenere inalterata la fluidità, come se fosse sempre la vita a scorrere, quella vera.

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