Fava e Puglisi ancora nel mirino: la mafia non cambia

C’è chi sostiene che la mafia che avverte non è la vera mafia. E che l’avvertimento ha di mafioso il metodo ma non la sostanza. E che in realtà si dovrebbe parlare di mafiosità oppure di mafietta, quella mafia minore, non strutturata, magari di borgata, violenta e sopraffattrice ma non per questo mafia con i quarti di nobiltà.

La colla sul lucchetto dei negozi è un avvertimento, non c’è dubbio che chi chiede il pizzo sia mafioso. Non tutto ciò che è mafioso è però sempre riconducibile alla vecchia e strutturata Cosa Nostra. È ovvio che sia così, persino banale come considerazione, come considerare immutabile la mafia (e i suoi comportamenti) appare errore di grammatica da segnare con il cerchio rosso.

Oggi in Sicilia, dove non ci si annoia mai, il presidente della Commissione Regionale antimafia riceve un messaggio intimidatorio, il più classico degli avvertimenti, un proiettile che da sempre è simbolo di morte. E nello stesso giorno il presidente del Centro Padre Nostro, la patria in terra di don Pino Puglisi, racconta di una minaccia ricevuta di faccia da un abitante del quartiere di Brancaccio, chiusa da un “hanno fatto bene ad ammazzarlo (riferito a Pino Puglisi, ndr)” che non lascia dubbi di interpretazione.

Due avvertimenti dalla diversa fisionomia e verso due figure che la parola mafia ce l’hanno in testa h24. Il presidente dell’antimafia è Claudio Fava, la mafia gli uccise il padre. Il Centro Padre Nostro, diretto da Maurizio Artale, ha la missione di ramificare l’azione che don Pino aveva cominciato a Brancaccio. E la mafia di quel quartiere Artale la guarda negli occhi ogni giorno.

Facciamo che in entrambi i casi non sia opera di Cosa Nostra, che Matteo Messina Denaro (o chi per suo conto tenga ancora in piedi la struttura criminale) ignori completamente i fatti in questione, ma non vi sembra curioso che i nomi di Fava e Puglisi siano di nuovo nel centro del mirino? La memoria ci dice che sia il fondatore de I Siciliani che il parroco di frontiera qualche avvertimento lo ricevettero, al loro tempo. E che anche allora si pensava che Cosa Nostra fosse una cosa e la mafietta di borgata un’altra. La mafia di serie A e la mafia di serie B. Solo che per passare da una all’altra la promozione bisognava conquistarsela sul campo.

Maurizio Artale conosce chi l’ha minacciato, Claudio Fava può soltanto immaginarlo. Di quale mafia si parli oggi poco importa, perché il volto con cui si rivela ha le stesse radici e la stessa matrice di sempre, la stessa necessità di sopraffare per esistere. La mafia di oggi è aberrante come allora e il suo lugubre messaggio va al di là della licenza di uccidere.


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