Abisso, un tanguero che studia da numero 1

Ma lo sapete che questo Rosario Abisso, palermitano prossimo ai 33 anni, è proprio bravo? Nettamente il più bravo della sua generazione e quando imparerà ad essere un pizzico meno scolastico non ce ne sarà per nessuno. Ha arbitrato la Juve senza cedere alle tentazioni di considerare le gambe piemontesi più importanti di quelle udinesi, nessun timore reverenziale, sempre presente nel vivo dell’azione e mai invasivo. Traduzione dell’ultimo concetto: non intralcia mai un’azione, mai nelle linee di passaggio, segno di condizione atletica super e di lucidità costante.

Partendo quindi dall’importante presupposto che sotto il profilo tecnico è assai attrezzato, ci permettiamo alcuni consigli.

Il primo riguarda la reputazione, che ha mille sfumature e si costruisce passo dopo passo non trascurando anche i particolari che potrebbero sembrare marginali ma che hanno un loro perché. Magari non sarà così, ma Abisso talvolta sembra dare troppa importanza alla tribuna, cioè il luogo dove potrebbe sedere il suo eventuale controllore. Non ne ha bisogno, si fidi dei suoi mezzi, liberi la mente da ogni condizionamento, non tema le eventuali critiche. Non faccia come il primo della classe che non si sente preparato prima di ogni interrogazione. Il suo pubblico è sul campo, non in tribuna e comunque al mondo non è mai esistito un arbitro che non abbia fatto errori.

Peraltro, oggi con la capacità della televisione di catturare i più minimi particolari, la valutazione errata è sempre dietro l’angolo. Se ne faccia una ragione, non si può prendere sempre 10 in pagella, basta anche un 8 per essere impeccabili. Basta, cioè, non fare cappellate che incidano nettamente sull’esito della partita. Si ricordi di Collina, per anni considerato il migliore al mondo, ma mai esente da errori e spesso al centro di polemiche. Però dava la sensazione di guidare la macchina e non di essere trasportato da essa.

E quindi a ruota: lavori sul carisma, che, detto per inciso, non è sinonimo di teatralità come molti suoi colleghi credono. Abisso è stato essenziale, per esempio, quando ha ripreso Mandzukic reo di andare per terra con troppa facilità. L’ha guardato negli occhi e ha detto ciò che andava detto. Ma l’aria era quella di chi quasi giustificava il suo ardimentoso rimbrotto con le ragioni del regolamento. L’arbitro perfetto è quello che si nota meno nell’economia della partita, ma anche quello che deve essere temuto per ciò che potrebbe fare (e se è un fuoriclasse non ha bisogno di fare).

Non ha le phisique du role per essere temibile al primo sguardo. E neanche ha la sagoma satanica di Collina (tanto per tornare all’ultimo number one italiano), né lo sguardo severo da capo del personale di un Orsato. Abisso sembra più un tanguero della Romagna, uno che avrebbe dovuto ballare il liscio per tradizione e invece ha scelto il movimento sexy più che quello casareccio. Ha scelto di andare contro natura, lui che ha l’aspetto di un gentile e riservato signorotto (come tanti in provincia) e che invece deve essere uno sfrontato domatore. E per di più sull’arena più insidiosa, che non è lo stadio ma quella televisione capace di sminuzzare ogni azione, carpire la più piccola indecisione, ammantare di dubbiosità ogni fischio.

Trasformi questi handicap in risorse, prenda consapevolezza del meccanismo mediatico e rimanga se stesso. E se ci riuscirà, avrà fatto vedere all’intero universo calcistico la differenza che passa tra un buon arbitro e un fuoriclasse. Cioè, un Abisso.

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