Reddito di cittadinanza. Estremi mali e rimedi all’italiana

Vero tallone di Achille dell’Italia, e in particolare della Sicilia, per l’attuazione del reddito di cittadinanza che il governo vorrebbe avviare subito, è l’innegabile inadeguatezza dei Centri per l’Impiego.

A pochi giorni dall’approvazione del DEF contenente le linee guida del piano di azione di governo, l’argomento sul reddito di cittadinanza assorbe quotidianamente i dibattiti televisivi, i confronti sui social, le discussioni nei bar, come se la famigerata misura di sostegno al reddito fosse la panacea di tutti i mali.

Presente nei diversi paesi europei sia pure in forme diverse per importo e durata, il sussidio fa discutere molto non solo per le modalità e le restrizioni con cui verrà erogato, e perché comporta un ulteriore indebitamento dello Stato, ma soprattutto perché essendo strettamente legato alla funzionalità dei centri per l’impiego, si teme da più parti che lo strumento possa essere un mero specchietto per le allodole in vista dell’appuntamento elettorale di maggio 2019. In tutti i Paesi europei infatti, il reddito di cittadinanza non è erogato sine die, ma è ancorato alla ricerca di un lavoro del soggetto beneficiario, che non può rifiutare, pena l’esclusione dal sussidio, i lavori che gli vengono offerti dai CPI. E qui si tocca il vero tallone di Achille dell’Italia e in particolare della Sicilia, che mette in discussione l’opportunità sulla tempistica di attuazione del reddito di cittadinanza che trova ad oggi impreparati e inadeguati i Centri per l’Impiego.

Al di là di un organico sottodimensionato, i CPI oggi sono assorbiti da funzioni meramente burocratiche che non consentono loro di dar seguito alla precisa funzione cui essi sono preposti: punti di incontro tra domanda e offerta di lavoro. In Sicilia poi la questione si acuisce ancora di più, per l’assenza all’interno delle suddette strutture di personale adeguatamente formato ad erogare le politiche attive del lavoro, che comportano non solo l’espletamento di pratiche amministrative, ma la messa in campo di tutta una serie di servizi di accompagnamento al lavoro, che vanno dall’orientamento al bilancio delle competenze, ai tirocini, alla formazione professionale. Azioni tutte che dovrebbero armonizzarsi in sintonia col fabbisogno dell’imprenditoria siciliana, perché non basta accrescere le competenze professionali di un individuo in cerca di occupazione o orientarlo al lavoro se poi manca la richiesta da parte delle aziende.

Dunque se si vuole evitare che la misura di sostegno al reddito si traduca in un assistenzialismo scriteriato, bisogna rendere effettivo il reinserimento lavorativo, perché come ci ricorda Papa Francesco L’obiettivo vero da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti . La partita dunque in Sicilia chiama in campo due assessori, quello alla Formazione professionale, Roberto Lagalla e quello al Lavoro, Mariella Ippolito, che devono mettere mano alle due filiere, quella degli interventi formativi e quella dei servizi, riuscendo a dare risposte certe, fuori da logiche di spartizione di potere, sia al bacino dei lavoratori della formazione, massacrati dall’inerzia del governo Crocetta, sia ai tanti giovani e meno giovani in cerca di occupazione, la cui dignità e il cui rispetto non possono continuare ad essere sacrificati sull’altare degli interessi politici. Riuscirà la Sicilia a fare il necessario cambio di passo?

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