Faccio festa con i miei nonni

Mio nonno era una figura mitologica, se si arrabbiava diventava un armadio. Almeno così diceva la nonna a noi nipoti di ogni taglia se, malauguratamente, nelle ore pomeridiane ci trovavamo a ridosso della sua camera da letto.

Poster Giornale di SiciliaMai cosa era più sacra e da preservare del sonno del nonno Nino. E a noi piccoletti questa trasformazione e il motivo della sacralità del suo riposo fu chiaro man mano che si accedeva a quello scrigno di saggezza e di paraculaggine che era la nonna. Il nonno era il direttore della tipografia del Giornale di Sicilia, lavorava tutta la notte, il suo non era il riposo pomeridiano ma il sonno sonno, quello che i normali essere umani si concedono con le tenebre e a lui toccava con la luce del giorno.

Perché diventava un armadio? Si italianizzava un vocabolo siciliano, il nonno (già burbero di suo) se svegliato sarebbe diventato un armalo (animale). Questo secondo la nonna che non perdeva occasione per renderlo simpaticamente ridicolo, anche in contumacia.

Di questa santa donna che per noi nipoti era un’animatrice d’antan, ci resta il ricordo di un tratto normanno che pochi di noi hanno trattenuto, il fragore di una risata straripante, l’abitudine a considerare il Ferragosto alla stregua del Capodanno, la sua passione per i fotoromanzi del Grand Hotel, definito “un giornale di minchiate” ma sempre presente sul suo comodino. Si chiamava Stella, è stata mamma di 8 figli e 19 nipoti. Mai nessuno di questi osò chiamarla nonna, era mamma per tutti e basta.

Del nonno – armadio porto i racconti sui primi anni del Giornale e tante domeniche allo stadio: il terzetto completato da me e mio padre procedeva a piedi e senza dirsi una parola, da via delle Madonie a via del Fante, attraverso un percorso che sfociava nel labirinto di via Croce Rossa, il prologo di un rito che comprendeva le caramelle charms e il ghiacciolo all’arancia. Provò vanamente a fare di me un chierichetto e accettò supino la stagione del progressive, da Le Orme ai Pink Floyd, lui che già riteneva esageratamente rock Claudio Villa. Armadio sì, ma a quattro ante.

Del nonno paterno porto il nome, conservo la perforatrice del suo negozio di elettrodomestici e i 45 giri che dubito vendesse e sono certo ordinasse per me (avete mai sentito L’amore che non ho più di tale Christophe?). Negli ultimi 6 anni della sua vita abbiamo dormito muro contro muro, stanze adiacenti, veniva a prendermi alle elementari con la sua 600 con autista (mai presa la patente), unico lusso di una vita assai parca. Non gli ho mai dato un bacio, ci salutavamo stringendoci la mano. Era il nostro gioco che il terremoto del 1968 interruppe per sempre: polmonite 3 giorni dopo la grande paura e arrivederci nell’aldilà.

La nonna moglie di Angelo si chiamava Maria, di lei ricordo solo la tosse effetto di una malattia polmonare che me la fece appena conoscere. Dicono fosse cazzuta, tagliò ogni rapporto con la famiglia d’origine contraria al suo matrimonio con un anarchico per di più di 6 anni più giovane. Sopravvive la sua ricetta delle frittelle e qualche spigolosità pervenutami per via genetica.

Signori, questi erano i miei nonni in formato Bignami. Li ricordo senza lacrime e con un sorriso. E con il rimpianto di giorni di vita non condivisa da pari a pari, nel mondo degli adulti. Ma i nonni, si sa, per statuto appartengono all’infanzia, eroi imbattibili di quella stagione dell’esistenza che giustifica la nostalgia.

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