Scandalo Salonia: accusato di violenza sessuale il frate vicino a Bergoglio e Lorefice

Come prendere l’accusa di violenza sessuale rivolta da una suora a Giovanni Salonia, il frate cappuccino, psicoterapeuta e psicologo che Papa Francesco avrebbe voluto nominare vescovo ausiliare di Palermo? È la seconda e più cruda puntata del complotto contro lo stesso pontefice e i suoi criteri di nomina non graditi all’ala più conservatrice dentro e fuori le mura vaticane? Oppure si tratta della più aberrante estensione di quella infedeltà al celibato di cui si era già parlato nell’aprile del 2017 e che aveva determinato le dimissioni di Salonia?

Domande che non potranno rimanere senza risposta, come consuetudine. Quando si affrontano questioni legate alle dinamiche della Chiesa è grasso che cola se si può arrivare al livello della congettura. Ma il copione, stavolta, ha risvolti giudiziari esterni al Vaticano perché la suora ha denunciato alla Procura di Roma il presunto comportamento delittuoso di Salonia, accusandolo di averle fatto credere che il rapporto sessuale facesse parte del percorso terapeutico.

Se un anno e mezzo fa contro Salonia c’era solo una lettera anonima di chiara matrice ragusana – terra da cui provengono il cappuccino e il vescovo di Palermo Corrado Lorefice – stavolta l’accusa è ben più infamante, ha un nome e un cognome. E non se ne occuperà il Vaticano, con i suoi tempi e le sue silenziose modalità, ma il tribunale di Roma, alla ricerca di una verità che non riguarda soltanto un prete e una suora. Vale la pena di ricordare che Lorefice nel breve discorso di saluto al Foro Italico, in occasione della visita del Papa a Palermo della settimana scorsa, aveva citato un brano di Salonia (La via della vita. Genesi e guarigione dei legami fraterni) quasi a rimarcare il rapporto di condivisione che lo lega da anni al frate psicoterapeuta. E che lo stesso Bergoglio avrebbe incontrato Salonia – come riporta lasicilia.it nella cronaca del 16 settembre – per “salutarlo e ringraziarlo”.

Con tempismo sospetto arriva adesso una denuncia di un reato per il quale difficilmente ci saranno prove e testimonianze e la cui istruttoria si baserà esclusivamente sulle dichiarazioni delle parti. Insomma ce n’è abbastanza perché questa storia rimanga avvolta nel mistero. Una partita processuale in cui in gioco c’è ben di più che l’eventuale responsabilità penale di un frate infedele. Il reato contestato è talmente odioso che è inopportuno dire una parola di più. Ma la certezza è che anche in caso di assoluzione eterno resterà il mascariamento. E non solo nei confronti di Salonia.