Je suis La Sicilia

Sarà l’età, ma continuo a considerare un giornale un patrimonio della comunità verso cui esso insiste più che una proprietà di un singolo editore. Motivo per cui la notizia del sequestro del patrimonio di Mario Ciancio Sanfilippo mi colpisce per gli effetti diretti e dirompenti che avrà sul ramo editoriale dell’imprenditore catanese. Parliamo del futuro de La Sicilia, uno dei tre grandi quotidiani di carta stampata che hanno raccontato le mille facce della nostra regione. L’ha fatto a modo suo, secondo le direttive di un padre padrone, perché Ciancio, nel rispetto di quella tradizione tutta siciliana, è sempre stato sul ponte di comando, firmando il giornale e guidandolo anche a distanza con uno stile personale. Che poi è stato quello della vicinanza al mondo della politica e della sua capacità di condizionarla. Niente a che vedere con la casata di Palermo che ha caratterizzato in maniera minore il suo giornale (e così pure l’azienda) sino a perderne il controllo quando il mercato ha decretato la fine di un prodotto troppo ingessato, per usare un eufemismo. Oggi Il Giornale di Sicilia ha un nuovo orizzonte, ma ha dovuto accettare di essere colonizzato da chi un modello d’impresa editoriale ce l’ha pronto per l’uso.

Mario Ciancio, al contrario di Antonio Ardizzone, le mani se l’è sporcate e con il piacere di farlo. Nel giornale credeva, per il giornale ha vissuto, da editore autentico. Tanto editore da diventare il presidente della Fieg, la federazione degli editori che sino a pochi decenni fa ha avuto un potere di poco inferiore a quello confindustriale. Ha plasmato La Sicilia a sua immagine e somiglianza, sin nei minimi dettagli. Non c’era notizia di rilievo di cui non fosse a conoscenza, la linea politica la dettava senza scrupoli di sorta. Come per Enzo Bianco: una volta contro, l’altra a favore. E il suo schierarsi pesava, eccome se pesava.

C’era poi il famoso teorema Ciancio sulla cronaca bianca: non c’è notizia senza pubblicità. Vero o falso che sia, è quello che molti, specie dalle sedi decentrate, si premuravano di far sapere in giro. Perché non c’è niente di peggio di chi è più realista del re. Come ogni giornale La Sicilia ha ospitato ottimi professionisti e altri meno ottimi, figli di una stagione in cui essere mestieranti era più che sufficiente per avere un posto al sole. Perché l’impero editoriale costruito da Ciancio è stato per moltissimi un punto di arrivo e La Sicilia il prodotto di punta.

Esteticamente parlando, non è mai stato un giornale bello da leggere, e, se vogliamo dirla tutta, incapace di uscire fuori dalla dimensione etnea, persino quando si allargava nelle altre province. Eppure non ha mai difettato di autorevolezza e molto lo si doveva alla scuola del vecchio padrone che ha saputo accettare anche chi non avesse con lui grandi affinità elettive.

Anche Ciancio, tra i primi negli anni ’80 a comprendere il valore commerciale e politico delle televisioni, ha tardato a rendersi conto dell’aria che tirava all’inizio del nuovo secolo. E così rapidamente la sua ammiraglia ha cominciato a produrre meno utili e a centellinare gli investimenti sul capitale umano. Internet ha fatto il resto, proponendo un’informazione più garibaldina e più spregiudicata. Oggi che tra mille incognite comincia una nuova storia, con tutto il rispetto per l’uomo e per i suoi affetti, l’unico pensiero è a quelle pagine e ai colleghi che avranno il compito di riempirle.
Fare finta di niente non si potrà, ma se poco poco conosciamo la tempra di quella squadra il giornale sarà anche meglio di prima. Lo guiderà Antonello Piraneo il cui compito principale sarà quello di stimolare l’orgoglio di bandiera nel momento in cui le disavventure di Ciancio fanno spirare un vento di simpatia quasi mai percepito dalle parti di via Odorico da Pordenone.

Il valore simbolico del sequestro ai beni di Ciancio equivale ad una vera e propria caduta. Cosa ne sarà de La Sicilia è difficile da dirsi e comunque è preferibile non parlarne adesso. Meglio piuttosto stringersi in un sincero e affettuoso abbraccio ad Antonello Piraneo, Andrea Lodato, Alberto Cicero, Mario Barresi e a tutti quei colleghi che prima di progettare il futuro loro e del giornale dovranno pensare al presente. E affrontarlo con tutto il carico di passione che porta in saccoccia chi fa questo mestiere e con quella spavalderia tipicamente catanese che tanto spesso ha ispirato l’ironia della nostra sponda. Buona resistenza, amici e colleghi. E fateci leggere un buon giornale.

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