Guarire dal renzismo, restituendo la voce alla base e agli elettori. Intervista ad Antonio Ferrante, Partigiani del Pd

Antonio Ferrante, palermitano classe 1976, componente dell’Assemblea nazionale del PD e responsabile per il partito del settore cultura e turismo in Sicilia, nel febbraio 2018 rassegna le dimissioni dalla segreteria regionale in occasione della composizione delle liste per le elezioni nazionali, manifestando disappunto sul modus procedendi.
Da allora, assieme ad altri tre dimissionari, dà vita al movimento “i partigiani del PD“, il cui slogan “non cambiamo partito ma cambiamo il partito” esprime una netta posizione di distacco con scelte imposte dall’alto e al contempo la speranza di invertire la rotta di un partito che stava per naufragare.
Oggi, in prossimità dei prossimi congressi provinciali e regionale, ci consegna le proprie riflessioni per riorganizzare un partito troppo spesso dilaniato da correnti interne e in cui pare sia mancato un forte collante, tra le decisioni prese “nelle stanze dei bottoni” e la base del partito, più vicina certamente alle istanze dei cittadini ma spesso non in grado di eprimerne una coerente interpretazione, prigioniera di decisioni subite.

Nel 2014 la corsa da “indipendente” alla segreteria regionale del PD. Da sempre un impegno costante che denota un’appartenenza politica coerente, al di sopra delle correnti di partito. Crede di essere ancora in questo momento storico una delle poche voci fuori dal coro?

Sono passati quattro anni ma, già a quel tempo, quando il renzismo sembrava destinato a durare decenni, capii che ci si stava discostando dal progetto iniziale. Allora ero considerato un folle, oggi che il fallimento di quel modello è sotto gli occhi di tutti penso di interpretare il pensiero della maggior parte noi. Aggiungo che se non ci diamo una mossa rischiamo che non vi siano più cori, ma sempre gli stessi solisti, peraltro stonati.

Il PD vive a tutti i livelli una crisi di identità. In prossimità dei congressi regionali e provinciali quale potrebbe essere la nuova linea politica per riorganizzare il partito?

È necessario andare oltre gli slogan e ripensare ad un partito in grado di interpretare le esigenze di partecipazione e condivisione delle scelte da parte dei propri iscritti. Ciò è possibile attraverso una rimodulazione della composizione delle varie assemblee, non più formate da centinaia, a volte migliaia, di persone utili solo a fare da pubblico ai “capisensibilità“ (capicorrente suona male) che decidono tutto in una stanza, ma occorrono consessi veri al cui interno deve poter accedere solo chi non ha ruoli istituzionali . A questo vanno aggiunti l’obbligo per gli eletti a tutti i livelli di incontrare periodicamente gli iscritti e renderli protagonisti dell’azione politica oltre ad una seria formazione per i nostri giovani, perché solo così si può ricucire il rapporto con la nostra base e, da lì, costruire le nuove classi dirigenti. Le idee certamente non ci mancano”.

Sturzo, di cui spesso il Pd ha rivendicato l’eredità, sosteneva che “E’ primo canone dell’arte politica essere franco e fuggire dall’infingimento; promettere poco e mantenere quel che si è promesso”. Come si pone il PD nazionale con Renzi e quello regionale con Raciti rispetto al monito sturziano?

Non credo che il problema del Pd di Renzi sia stato quello di promettere più di quanto si sia mantenuto ma, piuttosto, il rivolgere l’attenzione a quella parte del Paese che, per usare una metafora, aveva bisogno della “ciliegina sulla torta”, voltando le spalle a quella parte purtroppo maggioritaria che, invece, non ha di che mangiare. Abbiamo dato l’idea che i vincenti andassero sostenuti mentre chi non ce la faceva fosse una nota stonata da ignorare per non rovinare lo spartito. La situazione siciliana va analizzata sotto altri aspetti, in questi anni la segreteria regionale ha subito la continua delegittimazione da parte di chi pensava che l’amicizia con Renzi valesse più delle nostre regole basilari e che la classe dirigente andasse acquisita in stile calciomercato indipendentemente dalla provenienza, nel tentativo di costruire un partito degli eletti che i cittadini, giustamente dico io, hanno severamente punito.

Spesso ha manifestato sui social il suo disappunto verso una politica che nel tempo, ha sortito un sentimento diffuso che, con le sue parole, va “dalla rassegnazione all’indifferenza”. Eppure qualche campanello di allarme c’era a livello regionale. Cosa è accaduto?

Quello che doveva essere il governo della rivoluzione si è rivelato incapace, per ritornare alla citazione precedente, di soddisfare le aspettative che aveva creato e il Pd, che doveva esserne il faro, si è concentrato per anni nelle lotte interne per il potere abbandonando del tutto la sua missione originale. In tanti lo abbiamo sottolineato nel corso degli anni ma, essendo “semplici” dirigenti , siamo stati messi all’angolo. Purtroppo per la Sicilia e per il Pd, probabilmente, incarnavamo il sentimento del nostro popolo molto più della gran parte dei nostri rappresentanti all’interno dell’ARS.

L’on. Raciti ha dichiarato che ritiene conclusa l’esperienza da segretario regionale. Che giudizio dà sulla sua gestione?

Con Fausto abbiamo condiviso questi anni di segreteria provando a rafforzare l’azione di governo e il rapporto con i territori, siamo stati i primi a introdurre il forum cultura in rete oltre che a presenziare a tante riunioni di circolo in tutta la Sicilia, mentre intorno a noi tanto l’ala renziana quanto la maggior parte della deputazione all’Ars lavoravano per indebolire il partito e così poter decidere tutto nelle stanze dorate. Come è andata lo sappiamo tutti, ora c’è da ripartire sulla nostra idea originale di Pd: meno “sensibilità” (correnti suona male) e più condivisione.

Sarà in lizza al prossimo congresso regionale del Pd? Ovvero, ha già un’idea su chi potrebbe essere quella figura carismatica necessaria al partito per uscire fuori dal guado?

Il profilo di chi dovrà rigenerare il Pd è condizione necessaria, qualcuno che si ponga in discontinuità rispetto al modello di partito degli eletti e che abbia conoscenza dei territori e, soprattutto, che possa aprire un dialogo forte con il mondo dell’associazionismo e in generale con chi si identifica nei nostri valori fondanti. Condizione necessaria ma non sufficiente: occorre infatti un progetto che, attraverso la condivisione costante dell’azione politica e delle proposte, restituisca il Pd alla nostra gente e che dia a tutti l’occasione di essere classe dirigente. Qualche idea l’abbiamo, chi dovrà rappresentarla certamente non potrà che essere uno di noi.

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