Papa Francesco, facci pregare nella Chiesa che vogliamo

Ragionare sul Papa e sui motivi che determinano le sue scelte è assai complicato. Innanzitutto perché ci si confronta con una platea che fa fatica ad accettare il dubbio, le ipotesi, il ragionamento deduttivo, presupposti indispensabili affinché un dialogo possa arricchire entrambe le parti. E poi perché solo la storia riesce veramente a spiegare la logica dei comportamenti del più impenetrabile apparato di Stato, quello del Vaticano, di cui il Papa è capo in un modo che senza fede è impossibile accettare.

Cosa spinge oggi Francesco a scendere a Palermo? Partiamo proprio dalla motivazione ufficiale, dal riconoscimento implicito degli errori che con coraggio la Chiesa sta compiendo, un atto di profonda rottura con il passato che ha proprio nella vicenda di padre Puglisi un punto di snodo fondamentale. Maledetta la terra che ha bisogno di eroi, lo gridavano laici e cattolici attoniti dalla sfrontata esibizione di potere della mafia che non esitava a spazzare via le voci di speranza. Cadde padre Pino come Giovanni Falcone, Libero Grassi o Paolo Borsellino, solo e isolato, riconosciuto quale nemico e identificato con facilità proprio perché esempio raro in un contesto che, a voler essere gentili, possiamo dire accettasse troppi compromessi.

La solitudine di Pino fu come quella di Giovanni, Libero e Paolo, atto preliminare di una sentenza, prologo di morte. Interrogarsi su cosa facevano a quel tempo i preti che a Palermo spesso venivano chiamati di frontiera in contrapposizione ai troppi silenzi degli apparati clericali e alla scarsa predisposizione alla pubblica condanna della degenerazione sociale di Palermo e della Sicilia tutta oggi potrebbe sembrare un esercizio di stile. Ma aiuterebbe a comprendere meglio.

Francesco è un’altra cosa, Lorefice è un’altra cosa, ci si risponde così, Palermo e la Sicilia non sono più le stesse, persino la mafia non è più la stessa. In questi fenomeni evolutivi ci viene il dubbio che il peso dei millenni abbia rallentato il processo di revisione della missione.

I preti di frontiera ci sono ancora, la loro voce è un po’ meno fuori dal coro e forse è inevitabile che sia così. A noi, per esempio, piace Cosimo Scordato, ma il suo verbo non potrà mai essere quello ufficiale perché la struttura della Chiesa è di per sé conservatrice. Il Papa ha l’onere di tenere insieme dogma e l’essere come Chiesa parte sociale attiva di una società in continua mutazione. Anche il Papa ha esigenze di consenso e infinite sfumature interne di cui tenere conto. Francesco non può essere al 100% il rivoluzionario che vorrebbero i progressisti, fa il suo mestiere di Papa e per questo è e sempre sarà l’eroe di un’altra parte. E di questo i laici devono farsene una ragione. Al netto di tutto ciò, è lecito chiedere coerenza, perché ci siamo spellati le mani per applaudire l’uomo che non solo simbolicamente con il peso del suo nome papale riportava la Chiesa alla sobrietà e alla lotta agli sfarzi. E in tempo di crisi (ma oseremmo dire in assoluto) non si comprende la ragione di tanto denaro pubblico approntato per la sua presenza a Palermo. E sulla questione dei preti pedofili non ci possono essere ombre, qualunque sia la latitudine in cui viene compiuto un oltraggio che non ha eguali.

Visto dalle nostre stanze tutto questo vale assai di più di qualsiasi richiesta di conversione ai mafiosi e dello stesso omaggio a don Puglisi, uomo di quella Chiesa che abbatte barriere e in cui è di conforto pregare tutti insieme.

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