Che Miccichè!

Gianfranco Miccichè spiazza tutti. Anzi, in realtà, soltanto quelli che talvolta dimenticano con chi hanno a che fare. Perché tutto si può dire del due volte presidente dell’Ars – ed è un record che difficilmente verrà eguagliato – meno che non sappia come acchiappare le prime pagine dei giornali. La frase che resterà impressa di questa orribile vicenda della Diciotti ha il suo timbro, il marchio dello stronzo dato a Salvini. Tra gli applausi dei compagni e l’imbarazzo dei camerati indecisi ancora sul da farsi.

Vuoi giocare a chi ce l’ha più lungo, gli ha urlato Micciché via facebook? Eccoti accontentato, signor ministro. Sia chiaro, su questo terreno Miccichè è un antesignano. La politica parlata in un certo modo è cosa già praticata dal leader siciliano di Forza Italia, che in tanti hanno provato a scalzare rimediando figure barbine. Tanto che Berlusconi alla fine sempre a lui s’affida per non affogare.

E ciò non è soltanto il limite di almeno due generazioni azzurre, ma anche il merito di un tipetto bravo come pochi nell’organizzazione interna, unico nell’abbanniata quando ci vuole, pragmatico come un comunista, cinico con un andreottiano, iperbolico come il pubblicitario che è stato e che ancora alberga dentro di lui.

Queste sono le tante facce del più compagno dei forzisti, che in Sicilia insegna a destra e a manca, dove essere, quando esserci, cosa dire e come dirlo. Non è un caso che al porto di Catania, con Claudio Fava, ci fosse solo lui a rappresentare quella Sicilia che senza distinzione di bandiere si ribella alla farsa della messa al bando del bastimento con il suo carico di migranti.

Se vuoi fare carriera (non solo politica) ad agosto devi stare sul pezzo perché la tua presenza sarà messa ancora più in risalto dalle altrui assenze. È un vecchio monito firmato Giorgio Tosatti, uno che non s’intendeva solo di sport. Miccichè era a Catania, ma quelli del Pd? Siciliano s’intende, perché le passerelle non le teniamo in conto e il tema della migrazione è sì nazionale (per non dire continentale) ma tocca il suolo della nostra Isola, mai come in questo caso approdo di vita. Quelli del Pd lo applaudono a distanza, mentre Micciché era lì e gli altri a fare i rosiconi perché dopo il suo stronzo a Salvini nessuno può avanzare pretese di visibilità.

Nessuna immagine di miseria o compassione può eguagliare l’impatto di quella parola che da insulto si è trasforma in manifesto politico. E persino la Lega, lombarda e sicula, arranca in difesa del suo capitano. E sapete perché? Perché Miccichè ha portato la questione sul suo campo e hai voglia di smanettare in rete, tra fake e profili falsi che cantano le gesta del governo più verde che giallo, per compiere il delitto perfetto ci vuole arte e mestiere. E conoscenza del linguaggio persuasivo che presuppone anche studio, virtù non troppo esaltata ai giorni d’oggi. Miccichè ha trovato la parola perfetta, quella che anche i fans di Salvini avevano in testa, magari per esaltare la cazzimma del loro capo, quella che volentieri avrebbero voluto dirgli i suoi detrattori, quella che conquista i motori di ricerca e fa sorridere al solo pensiero che il capo del Parlamento siciliano e non il primo vastaso che passa ha tirato la più efficace delle randellate sul muso del ministro.

Miccichè è così, se in stato di grazia dà punti a chiunque. Certo, i detrattori lo ricordano sempre per l’infelice uscita sull’aeroporto intitolato a Falcone e Borsellino e sulla sua difficoltà a vivere con 4.000 euro al mese. Per non parlare della difesa d’ufficio di Dell’Utri. Ma è anche quello che cantava Bella Ciao al compleanno di Rosi Pennino, in un shaker ForzaPd in cui furono altri a vergognarsi della strana miscela. Non è un santo e i suoi vizi sono stati resi pubblici attraverso metodi che fanno orrore più delle eventuali colpe. Avrebbe bisogno della sordina, a volte. Anche se, ve lo posso giurare, a microfoni spenti in tanti, anche a sinistra, gli hanno dato ragione sulla questione dell’aeroporto. E moltissimi convengono che oggi una famiglia della media borghesia fa fatica a vivere con 4.000 euro al mese. E per quanto riguarda Dell’Utri c’è da sottolineare una cosa: non parlava un altro Micciché, era lo stesso di ieri e applicava lo stesso schema. Una cosa è la politica – e dice stronzo a Salvini – un altro è l’uomo, che per ragioni umanitarie non ha esitato a presentarsi a Catania. Una cosa è la politica, cioè Forza Italia, un’altra l’amicizia con chi facendogli mangiare pane e spot l’ha sottratto da giovincello ad una vita da manager finanziario come quella dei fratelli e alle rigide regole paterne che ne avrebbero fatto ciò per cui non era vocato. Poi Dell’Utri potrà anche essere stato ciò che hanno detto i giudici, ma per Gianfranco Micciché (e non solo per lui) è un signore a cui manifestare antica riconoscenza. E la mafia non c’entra nulla.

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