Alberto di Monaco a Palermo: e se passa l’arrotino? Ecco chi manderemmo ad accogliere il Principe

Riflettevo: ma Alberto di Monaco, eterno Principe, perché questo è il titolo che spetta a chi regna nel Principato, avrà per caso incontrato la Golf grigia metallizzata dell’arrotino? Quello che arrota forbici e coltelli e aggiusta cucine a gas e ombrelli e ombrelloni da spiaggia, quello che annuncia la sua presenza nelle strade di Palermo con un sistema d’amplificazione che fa molto anni ’60 e che estate o inverno con la sua familiare presenza è diventato uno dei must della nostra città. Le loro strade si saranno incrociate?
Per non dire di “io u pitittu ci fazzu grapiri”: lo sfincionaro l’avrà incontrato nel percorso che l’ha portato alla corte di re Leoluca?
Perché magari, conoscendo il percorso, quattro cassonetti si possono anche pulire o spostare, le aiuole si possono curare, ma se mentre transita il regale corteo passa da lì, l’arrotino, lo sfincionaro o accattativi u sali, che spiegazione si fornisce al signore di Montecarlo?
Pagherei per essere io a svelargli questi piccoli frammenti di Palermo perché uno che è cittadino – per quanto onorario – non è che per forza deve limitarsi ad ammirare il Teatro Massimo o la Cattedrale o a sapere che c’è munnizza in ogni strada e allagamenti ogni volta che piove. L’anima di una città è fatta anche di piccole cose e di quei tanti personaggi che ne compongono il quotidiano.

Per esempio lo porterei a Casa Professa nella variopinta putìa di Massimo Milani e dal suddetto gli farei raccontare la storia di quando alcuni studenti lo chiamarono arruso davanti agli insegnanti di scuola senza che ciò provocasse reazione alcuna da parte di essi. E di come questa splendida persona ha saputo imporre, nel quartiere prima e nell’intera città poi, la sua clamorosa presenza senza mai rinunciare ad un pizzico di sé. E già che siamo da quelle parti, poi un intermezzo con Enzo Volpe e Cosimo Scordato, per comprendere meglio come il percorso di fede viene interamente vissuto dedicandosi agli ultimi, che notoriamente non stanno a corte.

Niente Capo e Ballarò che sono roba per turisti, me la penserei sulla Vucciria, ma certamente gli farei fare una visitina al Bocum che i cocktail meritano e sono frutto della passione e della perizia di Gianluca Di Giorgio, ingegnere mancato (per fortuna) e bartender di razza purissima. E se al nobile Alberto piacesse andare sul pesante gli farei provare la selezione di gin di VinoVeritas che sul fronte del bere è competitivo su più fronti, ma se si parla di gin Giuseppe Lisciandrello è cassazione.

A cena gli consiglierei una cosetta sfiziosa, un ambiente sobrio ed essenziale che neanche sembra di stare a Palermo, dove puoi andare in jeans e blazer e mangiare in maniera non scontata. Si chiama Quattro Venti, la storia di questo nome viene prima dell’antipasto e ve la racconterà Gabriele Amato, l’ideatore di questa formula di comfort food che non cerca scimmiottamenti. Al nobile palato parlerebbe Filippo Ventimiglia, magari svezzandolo al sapore dei tenerumi. E per finire la granita di agrumi e fichi di Giovanni Portera e del suo Yoghi, locale poco adeguato per sfruttare al massimo la qualità dei suoi freezer.

Un caminetto glielo organizzerei con Eddy Governale e Johnny Errera, sperando che gli facciano ascoltare un po’ del repertorio delle Cozze e nella stessa serata ci infilerei Pippo Montedoro, perché una città surreale deve mostrare con orgoglio i suoi cantori migliori. E ancora Mimmo Cuticchio per fargli capire come parla un siciliano che sogna, Beatrice Monroy per fargli capire come sogna una siciliana che sa parlare e Andrea Tuttoilmondo ad insegnargli come dissacrare con intelligenza su facebook questa stimolante riunione tra animali vertebrati che raccontano Palermo ciascuno a modo suo.

E poi lo farei parlare con Laura Compagnino per avere una versione altra e altra ancora, fuori dagli schemi e senza ipocrisie, la fotografia personalizzata di una donna che non ama il partito preso e quindi di cui ti puoi fidare. Immagino la scena e i pochi secondi che le occorrerebbero per fare restare il già principe alluccutu come un ranocchio.

Da Graziano certo che lo porterei, per spiegargli come un panificio da oltre cinquant’anni detta legge a Palermo nel campo della pizza, tanto da avere quasi monopolizzato con i suoi sequel l’intera area commerciale di una strada. E gli chiederei, almeno per il tempo della regale degustazione, la cortesia di rifare la pizza con i carciofi, fosse solo per quella giornata.
E visto che saremmo in zona gli proporrei un’immersione nel giardino incantato della Bavi, commercialista dal pollice verde che spiegherebbe al re come tenere sempre verde persino un loculo cimiteriale.

Affiderei all’hombre Mario Pintagro il compito di narrargli i luoghi sacri di Palermo, certo come sono che il nostro narratore li renderebbe meno convenzionali dei libri di storia. E a Franco Lannino di mostragli i dettagli, come in un personalissimo #doveapalermo. Alla fine della corsa lo congederei con un tris di omaggi: un quadro di smalti Mauro Nicolicchia, una delle CittàCotte di Enzo Vizzari (possibilmente l’Oratorio dei Bianchi), una bottiglietta di Anice Tutone. Che lui magari sarà abituato al Pernod, ma la granita di menta con una sbrizziata di zammù è tutta un’altra cosa.

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