Questo calcio non ci piace più: lasciamolo

A me il calcio piace, mi è sempre piaciuto. Da bambino ogni momento libero era dedicato allo studio di come fare il tunnel alle sedie del tinello di casa, le barriere da aggirare nei calci da fermo erano le macchine posteggiate nel cortile di casa, la regola delle nostre primordiali partite era che il gol non era valido se non facevi almeno tre dribbling per avvicinarti alla porta. Avevamo una squadra di fantasia con cui sfidavamo l’Inter, il Santos e il Real Madrid – si chiamava Pro Cellina e non ricordo neanche come arrivammo a questo nome – ed era il grande segreto che condividevo con un amichetto di cui non svelerò il nome perché oggi ha una certa posizione.
E giocavo anche benino. Per anni ho sempre pensato che prima o poi sarei uscito dagli spogliatoi della Favorita accanto all’arbitro con la fascia di capitano al braccio. Insomma, il calcio era più di un’infatuazione da ragazzetto. Per diversi anni ho anche fatto il giornalista sportivo e non ero neanche male a giudizio del direttore che mi ha assunto (Giorgio Tosatti) e di quello che mi ha valorizzato (Mimmo Morace). Di calcio ho vissuto, anche se non in campo e ancora oggi, per lo stupore dei miei figli, capita che in strada mi riconoscano per Sotto l’Erba, una trasmissione televisiva di quasi 4 decenni fa condivisa con Salvatore Geraci (che ne era l’anfitrione), Guido Monastra e Vito Maggio. E vi confesso che non mi dispiace affatto.

Questa lunga premessa per giustificare che il senso di disgusto per questo calcio che ha infranto passione e sentimenti è davvero opprimente. Disgusto per una serie di motivi, l’ultimo dei quali è l’ennesimo pieno di ipocrisia che ha accompagnato la decisione di non fermare i campionati per la tragedia di Genova, non riconoscendo le ragioni etiche di una decisione invece limitata alle due squadre del capoluogo ligure. Persino Sky, l’azionista di maggioranza del nostro campionato maggiore, si è dissociata dalla decisione di giocare, a dispetto del danno economico che ne avrebbe ricavato. Sono gli stessi – perché cambiano gli uomini ma non il metodo – che non hanno fermato la macchina il giorno dopo la strage di Capaci, obbligando persino il Palermo a scendere in campo.

La sensazione che il governo del calcio sia schizofrenico l’abbiamo maturata da tempo. Le vicende dei processi sportivi a Parma e Frosinone hanno dato la mazzata finale. E sia chiaro che non si tratta della difesa d’ufficio di Zamparini, uno che di suo ha contribuito a picconare la nostra passione.
In qualsiasi aspetto della nostra esistenza abbiamo la necessità di giustizia, di sapere cosa assolutamente non si può fare e che tutti siamo uguali davanti a chi fa applicare le regole che noi tutti abbiamo scelto di darci. Amici, nel calcio tutto ciò è cacca di bambino, materia informe, maleodorante e da starci a distanza. La vicenda del Frosinone, ancora di più di quella del Parma, ci fa ripassare la nozione dell’inefficacia della sanzione, cosa che le matricole di Giurisprudenza ci mettono poche lezioni per farla.

E poi, già che ci siamo, mettiamoci pure la questione delle Tv. Nel giro di pochi anni siamo passati dalla stitichezza della Rai, al duopolio di Tele+ e Stream, sino al monopolio Sky che apparentemente ci ha regalato orgasmi multipli. Ha alzato l’offerta qualitativa (al netto delle insopportabili espressioni gergali alla Di Marzio “La Juve vuole fare un attaccante”, per dire che intende acquistarlo), foraggiato l’economia delle società calcistiche che si regge per lo più sugli introiti televisivi e di conseguenza dettato le regole, facendo del calcio un mondo a sua immagine e somiglianza. I più nostalgici si sono lamentati dello “spezzatino”, di anticipi e posticipi collocati ad ogni orario possibile dal venerdì al lunedì. Cosa diranno adesso che per avere lo stesso servizio di qualche mese fa di abbonamenti bisogna farne due e che ci vuole una segretaria per avere un quadro esatto di chi trasmette cosa?

E in tema di nostalgia, la vicenda di Claudio Marchisio (che segue a distanza di qualche anno la messa al bando di Alessandro Del Piero) non è il segnale della totale assenza di anima nelle decisioni dei manager, persino di quelli della più ammirata tra le società italiane? Un ragazzo con la maglia bianconera tatuata sulla pelle, che mai ha detto una parola fuori posto, che avrebbe accettato qualsiasi decisione (anche non giocare mai), costretto all’esilio. Ma è così che si fa? Ci si lamenta della estinzione delle bandiere, ma sono decisioni del genere che rafforzano lo stile Ibrahimovic. Lucio Luca, collega de La Repubblica, iuventino quasi da dar fastidio, ha pubblicato nei giorni scorsi un post che è le specchio di molte riflessioni di questi giorni. In sintesi: “Mi avete dato via Buffon, avete acquistato il giocatore più stronzo della storia del calcio e adesso mandate via anche Marchisio. Ma andate a… Io quest’anno tifo Entella”. Da abbracciare (ma con circospezione, perché in fondo sempre iuventino rimane). Provocazione per provocazione: ma se noi che del calcio ne facciamo una presenza costante nelle nostre esistenze, decidessimo di prenderci un anno di vacanza? Tutti insieme – perché insieme è più facile farcela, come nelle diete – mandando a fanculo i presidenti stronzi, gli azionisti di maggioranza con la erre moscia, il Coni, la Figc e magari anche la Lega (con tutto Salvini, che non c’entra ma ce lo facciamo entrare), gli accordi commerciali tra tv che massacrano le tasche dei tifosi, gli americani, i cinesi e i tycoon che si comprano le squadre di Roma e di Milano. Un anno di sabato a cinema e domenica a cazzeggiare con gli amici. Tanto qualche motivo per sarcastici post su facebook lo troviamo, sì che lo troviamo.

E senza preoccuparci dell’annosa questione che affligge Palermo – e non Catania che ha la memoria corta e sopporta i carnefici del loro sogno con non invidiabile masochismo – se fare l’abbonamento allo stadio è azione di fiancheggiamento a Zamparini o se la maglia viene prima di tutto a prescindere.

Prendiamoci questa vacanza, così come si smette di fumare. I primi tempi saranno duri, ma poi si sta meglio di salute. “E si farà l’amore, ognuno come gli va”, che in fondo Lucio Dalla voleva dire rompiamo ogni convenzione, siamo sempre noi stessi anche nella più stupida delle nostre azioni come gioire per un contropiede fatto comediocomanda e un tiro a giro che toglie le ragnatele dal sette (cit. Nicolò Carosio). Finiamola di sopportare in silenzio, che il calcio senza di noi si riduce davvero a ventidue signori in mutande che inseguono una palla. Un anno di lontananza, tanto per fargli capire che senza spettatori il calcio non esiste, che chi paga un biglietto ha un’anima che mai dev’essere mortificata e chi si abbona alla tv non è soltanto un codice cliente. Autosqualifichiamoci, un anno di calcio a porte chiuse, di trasmissioni tv per i pochi intimi di un salotto televisivo, diventiamo tutti Lisistrata. Più che uno sciopero, un’utopia che sarebbe bello trasformare in vita vissuta. L’anno che sta arrivando, fra un anno passerà. Io mi sto preparando.

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