Brandon Stanton e Humans, la parola che dovrebbe insegnarci tutto

Humans. Già dal suono questa parola dovrebbe liberare e comprendere insieme. Bella se pronunciata in inglese quanto in italiano. Umani. Perché per fortuna la puoi usare per descrivere la nostra dote più bella quando ci guardiamo negli occhi e attiviamo il muscolo cardiaco. Diventiamo umani, o lo ridiventiamo. Denudiamo tutto, siamo noi e il nostro tendere la mano, senza nascondere una battuta salace da tastiera, l’odio che riversiamo come vino scadente in cartone, con quel retrogusto di vomito da ubriachi, maleodorante. Umani.

Parola così grande e riduttiva insieme. Le macchine perfette più inesatte e fallaci del mondo. Gli umani.
Prescinde, se ci fate caso, da tutto. Sesso, razza, religione, punta alla identificazione specifica partendo solo dal genere. Già la parola dovrebbe insegnarci tutto. Forse dovremmo appenderla con quelle grandi lettere adesive alle nostre porte. Quella sorta di coaching mentale nel quale noi vogliamo essere meglio, Ogni mattina, prima di uscire, leggere leggeri. Humans.

Brandon Stanton è partito da questo. Otto anni fa, ha semplicemente preso la sua macchina fotografica e ha cominciato a girare New York. Il suo obiettivo, fotografico non era catalogare, non era una sorta di grande fratello con una Reflex. Era dar voce. Il suo sito, Humans of New York è cominciato così. Dando voce, volto, storia, dignità a chi tutto questo lo aveva messo nel congelatore, ma anche a chi non pensava che per un attimo qualcuno lo avrebbe ascoltato. Brandon si limita a raccontare chi ha davanti, chi sogna di scrivere un libro, chi spera di farcela in un momento difficile, chi vuole la gioia dei figli e di chi ama.
Nessun atto vandalico di chi scrive, nessuna manipolazione, foto e storia.

In questi anni è diventato uno di siti più visitati al mondo, da cui sono venuti altrettanto stravenduti libri.
A me lo ha segnalato un mio amico, uno di quelli che parla sempre sottovoce, che ha paura di dibattere la sua conoscenza frutto di una sua cultura personale, fatta di letture golose che gli insegnassero qualcosa. Una storia alle spalle di uno che potrebbe vantarsi di essere stato un grande nel mondo del calcio a 5, campione d’Italia, semifinalista in Europa, vincitore con la nazionale. Ma lui è così, prende e mette in solaio, poi legge e si documenta e timidamente a volte ti dice “non so se conosci questa cosa”. E “questa cosa”, mea culpa, non la conoscevo.

Però mi ha aperto un mondo, o meglio, leggere mi ha fatto capire come se cascassero tutti gli scenari di cartapesta. Ho chiamato un paio di amici per parlargli di questo sito, dell’entusiasmo non fine a se stesso che porta.

Perché in fondo la ricetta è semplice. Chi racconta, chi ha questo dono assimilabile ad una maledizione, deve essere un valore aggiunto, o perché arricchisce gli altri, o perché gli dà voce. In mezzo possiamo metterci tutti i corollari che vogliamo, ma ognuno di quelli che ha qualcosa da dire è un artigiano. Qui non importa più la bravura, in questo tempo da lupi da tastiere affamati e inferociti, che tolgono competenza e aggiungono paura, la rotta dovrebbe essere quella. Arricchire, lenire, comprendere, raccontare. O ascoltare chi racconta e diventare meravigliosi strumenti delle sue parole. Tutto il resto, sono gesti di autoerotismo con getti di inchiostro, senza valore aggiunto, nemmeno se fatti con una Montblanc.
Che chi racconta per strada, non assiso ad un trono, anche oggi abbia buon vento, di tutto cuore.

Brandon Stanton Humans of New York

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