Ninni Cassarà e il valore di un’amicizia. Storia e morte di un eroe antimafia

Gli amici sono più amici se si chiamano in maniera quasi uguale. L’assonanza di sentimenti è aiutata dal suono. Antonino Cassarà e Antonio forse ci avevano pensato tante volte. In fondo erano due binari in una città seduttiva e mortale come solo Palermo sa essere specie negli anni ’80. Due binari si guardano e vivono esistenze parallele, si parlano e si salutano. Procedono all’unisono, ma a volte vanno impercettibilmente in direzioni diverse, come i nomi, quasi uguali. L’affetto a volte storpia i nomi, sulla tua carta di identità c’è scritto qualcosa che lontanamente ti fa ricordare come ti chiamavi. Antonino, ma per tutti diventi Ninni. Per diventare amici a Palermo bisogna frequentare gli stessi ambienti. L’amicizia per un palermitano è come il clima. Se è onesta è calda, se no è torrida;

Loro erano amici calorosi, i torridi stavano dal lato dell’illegalità, da questo lato c’erano Ninni e Antonio. Due cose devi fare a Palermo per non farti voler bene dagli “amici torridi” e criminali. Scrivere sulla e contro la mafia, indagare sulla e contro la mafia. Antonio scriveva, Ninni indagava. Uno giornalista de “l’Ora”, l’altro Dirigente della sezione investigativa della mobile. Ninni si muove bene, tanto da costituire quel nucleo di “operativi” tanto caro al pool antimafia, insieme a Calogero Zucchetto e a Giuseppe Montana e a tanti altri che purtroppo si leggono lungo le lapidi disseminate nella città come segnalibri.

Sono gli anni ’80, quelli in cui la mafia regola guerre intestine ma non perde di vista chi la osserva e ne cerca i punti deboli. Gli anni in cui il giornale di Antonio pubblica una copertina con un dipinto dove si vede un uomo con la lupara. “La morte ha fatto 100”, i due zeri sono le canne. A luglio del 1985 Ninni parte per arrivare. Sta chiudendo un capitolo fondamentale per il futuro maxi processo, va a Lugano per arrivare al dunque. Insieme a Giovanni Falcone. Hanno i nomi, quelli grossi, e le prove, quelle vere.

In Svizzera ci sono dei conti, da quelli si risale a dei nomi, Ninni fa per ricordare quello che Antonio fa di mestiere. Scrive e segna tutto. Nomi della Palermo bene, dell’economia siciliana, ma anche manovalanze e rappresentanti delle istituzioni che lui pensava calorosi, invece sono torridi. Ninni ha messo all’angolo la belva. La belva reagisce.

Uccide un amico di Ninni, Giuseppe Montana. Il poliziotto lascia il posto all’uomo che ai funerali di Beppe, esclama sconfortato accanto a Paolo Borsellino “siamo cadaveri che camminano“. Ninni cammina, spesso con la pistola accanto. Se fossimo in un film la scena di adesso dovrebbe prevedere un lieto fine. Il 6 agosto del 1985, sotto gli occhi della moglie di Ninni che lo aspetta, il lieto fine non c’è. Né per Ninni, né per Roberto Antiochia. Una pioggia macabra e spettacolare di colpi di mitra dal palazzo di fronte li falcia entrambi. Se fossimo in un film l’attore si rialzerebbe. Non siamo in un film siamo nel clima dei torridi a Palermo. La scena dopo è quella di Antonio, Antonio Calabrò. Giornalista de “l’Ora” ma prima di tutto in quel momento amico di Ninni. Le valigie sono pronte. Antonio se ne va. Per sempre.

Antonio Calabrò (ora in libreria con il romanzo I mille morti di Palermo) così ricorda l’amico: “Di Ninni ricordo soprattutto il volto serio e compunto, mentre lavorava. E poi, d’un tratto, lo scintillio degli occhi e l’aprirsi di un sorriso. Un sorriso ironico, quasi a prendere una distanza critica dalla quotidianità di mafia e di morte su cui, per mestiere e scelta di vita, gli toccava di indagare. E un sorriso affettuoso, per un amico, un compagno di lavoro e soprattutto per Laura e per i suoi tre figli. Abbiamo vissuto insieme anni di tragedie, durante la guerra di mafia, lui poliziotto, io giornalista de “L’Ora”. E momenti privati di grande intensità. Un suo gesto, ricordo con nettezza: invitato a cena, una delle pochissime sere in cui si poteva tirare il fiato, era arrivato a casa, aveva subito slacciato la fondina con la pistola e l’aveva posata sullo scaffale più alto della libreria. “Per non farla vedere ai bambini”, mi aveva detto, appunto con un sorriso, parlando dei miei figli. Ma soprattutto per allontanare, per un istante, il pensiero da una quotidianità di rischi e violenza. Un gesto simbolico, quella pistola lontana. Per provare a stare insieme sereni, godendo di uno scampolo d’allegria“.

La sua storia in breve – Ninni Cassarà è stato dirigente della sezione investigativa della squadra mobile di Palermo, investigatore molto abile, nel 1982 arriva a un passo dall’arresto del killer di punta dei Corleonesi, Pino Greco, incontrandolo per caso durante una perlustrazione insieme a Calogero Zucchetto (agente di polizia poi ucciso dalla mafia nel 1982). Cassarà contribuisce in maniera attiva e principale alla raccolta di prove durante le indagini che porteranno al maxiprocesso contro la mafia nel 1986. Stretto collaboratore di Falcone, va con lui a Lugano nel luglio 1985 per una delicata indagine sui conti correnti presenti in Svizzera riconducibili ai poteri mafiosi. Stando a quanto lui stesso dichiarerà al ritorno, sembra siano emersi collegamenti anche con nomi di politici e magistrati collusi, con prove molto pesanti.

Tutto scritto su una agendina rossa. Al ritorno da Lugano, dopo l’uccisione di Giuseppe Montana, altro poliziotto attivamente impegnato contro la mafia, il clima è molto pesante. Ninni Cassarà capisce di essere nel mirino e spesso non va nemmeno a dormire a casa. Il 6 agosto del 1985 avverte la moglie del suo imminente ritorno. Gli fa da scorta Roberto Antiochia, un poliziotto rientrato apposta dalle ferie per stargli accanto. Nell’androne di casa li investe una pioggia di fuoco, salvo il terzo agente, poi ucciso in un agguato, Natale Mondo. Un commando avvertito da un delatore, si apposta nel palazzo di fronte su più finestre. Un omicidio spettacolare quanto di sfida nella sua esecuzione. Nel frattempo in questura sparisce l’agenda di Cassarà, mai più ritrovata. È medaglia d’oro al valor civile.

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