Meglio la piscina alla Vucciria o la gebbia dove mi tuffavo da bambino?

Non vivo a Palermo da quasi sedici anni. Per alcune cose la considero una fortuna, perché credo che sia una città che stregandoti con la sua bellezza, ti blocchi a volte la crescita.
Una fortuna che pago cara però. Perché quando ci torno ho sempre un magone fotonico.

I miei amici e le persone care che ci abitano da sempre, quando gli dico quante cose sento di aver fatto staccando il cordone ombelicale, mi indicano un mare mozzafiato o un panorama che mi fa istintivamente diventare un leone finalmente tornato nella sua savana. Un dramma, vi dico. Per provare a fare tutto quello che amo, per avere chi amo, sono dovuto andare via dal posto che amo. Una volta ci scrissi anche un piccolo mantra in un racconto che mi porto sempre appresso, dedicato a Palermo. “Ti taliu e si’ biedda, ti tastu e si’ duci, a lassariti mi pari ca’ mi mittissiru n’cruci“.

Non so se crescere però è dimenticare di essere stati bambini. Soprattutto mi sfugge da dove fuoriescano flatulenze di indecenza e di regolarità a tutti i costi, di rigidità buona solo quando la cosa non ci riguarda.
Quando torno faccio sempre fatica a recuperare il ritmo cittadino. Devo spolverare tutto, devo nuovamente immedesimarmi e rimettermi i miei stracci da scanazzato. Però ecco, leggendo della piscina improvvisata alla Vucciria, per farci nuotare i bambini del quartiere, io ho sorriso. Poi ho letto di lamentele varie e ho sorriso ancora, perché mi chiedo quanti di questi abbiano mai visto davvero Palermo nelle sue interiora, o se la magnificano solo per intelletto. No perché io sono cresciuto alla Zisa, altro quartiere che chic non può proprio definirsi. Ero il figlio del professore, che però aveva un linguaggio che faceva presto dimenticare la docenza paterna.

E soprattutto mi ricordo che a volte avevamo da andare alla gebbia. Un vascone a pochi metri da casa, che raccoglieva acqua piovana, con il fondo limaccioso e scivoloso. Una vasca a cielo aperto dove credo anche la salmonellosi e le verruche si sarebbero messe le ciabatte. Eppure il rito di passaggio di tuffarci lo facemmo, tutti. Così come se si era in bici, si era senza casco, si giocava in campetti pieni di siringhe e cocci di vetro. Uno scandalo, certo. Che genitori irresponsabili che avevamo.

Specie perché adesso, che da adulti guardiamo una gebbia vecchia e una piscina che sicuramente sarà cento volte più igienica di quel ricettacolo di antiche pestilenze, magari pensiamo che a volte, non aver messo il casco per andare in bici, ci ha fatto circolare meglio i pensieri. E adesso ci fa ricordare di essere nati in certi quartieri, dove anche quella piscina sarebbe stata un lusso. Però è un attimo, che abbiamo da riprendere il nostro fare ingessato, invocando rettitudine.

Ah, ultima cosa, a mia mamma dissi sempre che non ero mai andato a fare il bagno lì, neanche dopo, a distanza di anni e da adulto affrancato, lo ammisi mai. Dopo trentacinque anni buoni, le darò una delusione a confessarlo pubblicamente. Si cresce anche così.

piscina Vucciria Palermo

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