Bologna, 2 agosto 1980. La geografia italiana elegge una nuova capitale. Quella del dolore e della deflagrazione perenne

Mi chiedo cosa avranno pensato a guardare quelle immagini.

Cosa avrà pensato lei, seconda a dare retta alle profezie. Che poi, profezie, mica le diceva guardando il volo degli uccelli. La prima volta minacciò, la seconda diede un suggerimento. Solo che quando lei ti dice “dammi retta”, chiamandoti per nome, un minimo di paura a non farlo, da allora ce l’hai.

La scena inizia molto prima, un giorno di fine luglio.

E poi si sposta rapidamente. Perchè non è quello il teatro principale dove si svolge una pagina di uno dei romanzi peggiori della storia italiana.

Come in una polaroid scattata con cura, siamo a piazza medaglie d’Oro a Bologna. Sono le 10.24.

Non sono più immagini in bianco e nero, i colori sgranati contornano le varie trasmissioni televisive. Sembra bello cominciare a vedere tutto come se non fosse sempre nuvoloso. Da qualche anno è così.

Non esistevano contratti astrusi per lavorare, nè paroloni come digital strategist. C’era quello che Gaber diceva in una canzone, capitalismo, la lotta di classe, facile no? E operai e impiegati, che andavano al mare. e negozi che ad agosto, dal primo, chiudevano. Tutto questo alle 10.24. Due anni dopo di questi tempi saremmo stati ebbri di felicità per l’Italia Mondiale e Nando Martellini. E Pertini. C’era anche Pertini.

Alle 10.25, la geografia italiana elegge una nuova capitale. Quella del dolore e della deflagrazione perenne. Sì perenne. Perchè per chi si ricorda quel giorno, anche adesso che è tutto cambiato, anche ora che mezza stazione è sotterranea e ti immergi nelle viscere per prendere il treno, anche adesso ti sembra di sentire.

Il boato crea un terremoto di polvere e calcinacci, crolla una parte della facciata della stazione. il bilancio è 85 morti e 200 feriti. Le vittime più piccole avevano Angela Fresu, appena 3 anni, e poi Luca Mauri, di 6, Sonia Burri, di 7.

Due cose dopo l’esplosione rimangono impresse a chi ha negli occhi lacrime e cemento e mani che tirano fuori corpi, anche solo da volontari, il grande cuore di Bologna che quel giorno prima agisce e poi si interroga e un numero. Il 37. Gli autobus che facevano capolinea davanti alla stazione diventano improvvisati mezzi di soccorso per lievi feriti. Il 37 no. La vettura gialla e rossa, diventa un carro funebre. Agide Melloni, l’autista, arriva pochi minuti dopo l’esplosione. Imolese in servizio a Bologna, appena si accorge immediatamente mette il mezzo a disposizione. Dopo un primo viaggio per trasportare i feriti, con difficoltà e tagliando le barre che servivano per tenersi, il 37 viene adibito a trasporto per chi non ce l’ha fatta. I teli bianchi ai finestrini e qualche soccorritore a sostenere Agide che proprio non si capacita dell’orrore da uomo, ma da autista fa il suo mestiere come sa fare. Lo guiderà ancora quel bus. Ma salirci negli anni a venire non sarà più la stessa cosa. La ferita di Bologna è di quelle che non si richiude. Una ferita di memoria purulenta. Il più grave attentato del dopoguerra in Italia. E quell’arrivo alla stazione che ancora adesso, se sai la storia, devi tapparti quasi le orecchie per il rumore che fa, ancora adesso, ancora dopo 38 anni.

Qualche giorno prima, una piccola storia diversa. Mia zia sta per partire e raggiungere mio zio che si trova a Bologna. Si vedranno, come concordato, la mattina del 2 agosto in stazione. Però in una telefonata con mia madre, lei la convince a partire prima, visto che non ha più nulla da fare a casa, visto che ormai ha pulito anche i chiodi dei muri, maniaca di pulizia quale è. Le dice solo “dammi retta”, come lo aveva detto a mio padre, che retta non voleva dargliene e lei disse “se non vieni subito cambio la serratura di casa”. Mio padre gli diede retta un giorno di maggio del 1972. E tornò prima. Il 5 maggio l’aereo dove doveva essere precipitò a Montagnalonga. Mia zia le diede retta e partì prima. Intorno alle 10 ma del giorno 1 agosto, lei incontra mio zio. Il giorno dopo avrebbe dovuto essere lì. da allora, non chiedetemi perchè, quando mia madre dice “dammi retta”, le diamo un filino più di ascolto. Con una memoria storica ogni anno, di memoria e di pensieri su come il destino giochi a dadi, a volte con un semplice “dammi retta”.

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