Il tritolo della mafia e della finta antimafia

È vero ciò che oggi si trova scritto da più parti, Palermo ha conosciuto l’odore del tritolo con la morte di Rocco Chinnici. E forse per la prima volta ha dovuto fare i conti, in senso pieno, con la parola mafia. Palermo come Beirut, si diceva, Cosa nostra come il terrorismo e i signori della guerra. Mafia e tritolo, due parole dal sapore acre, di quelli che le papille gustative non dimenticano più, come fosse un imprinting primordiale, la tara genetica che la Sicilia e i siciliani si portano appresso. E se per certi versi con la mafia si è avuta una certa accondiscendenza tanto da valutarla alla stregua di un’infiammazione piuttosto che un cancro, l’assuefazione al tanfo del tritolo appartiene soltanto ad alcune generazioni di siciliani.

La memoria tramanda fatti e storie, per fortuna non le sensazioni sensoriali o gli stati d’animo. Chi è nato dal ’90 in poi ha una coscienza civile formata sulle macerie delle stragi ma non condizionata dall’impatto emotivo che esse hanno prodotto in chi c’era. E questa è una fortuna. Abbiamo visto cortei e lenzuolate durati lo spazio di un mattino e sappiamo di come sradicare la cultura mafiosa sia missione ardua tanto quanto arrestare i mafiosi. C’è bisogno di un cervello capace di elaborare le lacrime e il dolore affinché esse possano generare consapevolezza.

E sappiamo anche che non sempre è andata così e una certa antimafia di facciata ne è la prova provata. Di questo orripilante biglietto da visita c’è chi ne ha fatto abbondante uso. Chinnici, Falcone, Borsellino guidano quell’esercito di eroi che abbiamo dovuto costruirci. Ma ci sono anche gli altri, quelli che hanno usato l’antimafia come avrebbe fatto la mafia, per uso personale, per interessi di parte. E costoro sono mafiosi dentro, moralmente complici di chi quel tritolo l’ha utilizzato per generare morte e orrore. Sottolinearlo è un dovere di tutti quelli che vogliono onorare la memoria dei troppi Chinnici che la Sicilia non ha visto diventare vecchi.


Nella foto di copertina: Ninni Cassarà, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici sul luogo dell’assassinio di Pio La Torre, il 30 aprile 1982

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