Popolo di gattopardi, scrittori e manciatari

Il buffet del Gattopardo

“Toglietemi tutto ma non le stigghiole”. E con questa sentenza più di un palermitano ha liquidato regimi alimentari imposti per ragioni di salute. “Che mi deve fare se ne assaggio un pezzo?” Dice con convinzione un panormita a un altro, mentre attendono di poter addentare una bastoncino di budello di capretto o agnello grigliato, in uno dei tanti fornitori di fiducia sparsi più o meno abusivamente per la città. “In fondo carne è, proteine sono”, gli risponde il compare, improvvisamente assurto a novello nutrizionista, nonostante la circonferenza dell’addome sveli la sua antipatia atavica per le diete. E dopo averne ingoiato una stecca per intero, entrambi con decisione si rivolgono al proprietario del barbecue stradale improvvisato e gli dicono: “Cucì, la puoi calare”.

Stessa musica in ogni parte dell’isola. A Catania le polpette di cavallo divorate con avidità alle 12 e sotto il sole cocente, sono un modo per aprire l’appetito, mentre a Trapani le genovesi calde e traboccanti di crema si possono mangiare anche in pieno agosto, tanto “sono delicate che manco le senti”. A Siracusa non esiste che non mangi il tonno alla ghiotta anche se sei pieno come un otre, perché “è pesce azzurro e fa pure bene”, a Messina il pitone lo mandi giù non come se fosse il calzone ripieno che è ma come se fosse una galletta di riso e a Ragusa la scaccia è considerata un ottimo stuzzichino, quasi una barretta energetica, nonostante abbia tante calorie da fungere come pasto completo.

Insomma i siciliani sono un popolo di mangioni. Manciatari come si dice da queste parti. E su tutto sono critici gli abitanti dell’isola, tranne che sul cibo di casa propria. Che è sempre superlativo, eccezionale, unico, al punto da non far mai male. Come può essere proibito dalle diete quell’etto abbondante di pasta con le sarde, gustato con goduriosa pazienza nella trattoria di riferimento? E come possono ritenute indigeste le arancine, o arancini a seconda del parallelo siciliano in cui vi trovate, che sì sono fritte ma sempre riso è?

L’approccio standard del siciliano al cibo è da psicanalisi. Non si tratta di nutrirsi, si tratta di bearsi. Di godere di quella magia di odori, sapori e suggestioni che è propria della cucina regionale. Anche nell’isola spopolano i ristoranti vegani, si intravede persino qualche fruttariano e un siciliano su tre è perennemente a dieta. Però nulla riesce a scalfire l’attaccamento quasi viscerale che i siculi doc hanno verso la tradizione culinaria isolana. Sarà che il cibo è metafora della vita e come tale rappresentazione delle mille sfaccettature dell’abitante dell’isola, che si sente un po’ Federico II, un po’ il principe Fabrizio Corbera di Salina del “Gattopardo”, un po’ Sciascia e spesso è intimamente anche un po’ un cialtrone, uno sbruffone che vive di prebende e assistenzialismo. Sta di fatto che la tentazione a cui chiunque cederebbe con lo stesso trasporto di un bacio appassionato, è quella di addentare una crocché fumante, cotta nel miglior olio possibile, croccante fuori e morbida dentro.

Va detto con orgoglio, la cucina siciliana è la rappresentazione plastica della felicità a tavola, di quella gioia conviviale e sentimentale che si prova quando assapori una pietanza degna di ammirazione. Siamo migliori come cuochi che come cittadini. E poi, noi lo sappiamo sin da bambini: se al nostro conterraneo Archimede bastava una leva per sollevare il mondo, a noi basterà un cannolo ripieno di ricotta per renderlo un posto migliore. Buon appetito