Ccà semu, e l’isola dell’estremo. Il documentario su Lampedusa premiato a Taormina

Lo stesso titolo, Ccà semu, è una filosofia: “siamo qui”, con tutti i significati di un proverbio fatto di due sole parole e dunque colmo di “non detto”. Una frase minima di chi è abituato ad accettare il vento dei tempi passare su uno scoglio nel bel mezzo di un epico crocevia

Ccà semu, ovvero “qui siamo”, di Luca Vullo, ha vinto pochi giorni fa il premio Sebastiano Gesù quale miglior documentario al Festival di Taormina. Forse era il documentario che mancava sull’isola di Lampedusa e i suoi abitanti.
Un film che è una goccia d’umanità in un mare di egoismo. Egoismo e disumanità che hanno già ucciso l’Italia. Con questo film sembra esserci, invece, un filo di speranza per un’Italia morta nella propria anima storica di popolo d’emigranti e d’ospitalità.
Ccà semu non è solo uno spot sullo splendore naturale di un’isola al tempo stesso turistica e di frontiera: è il tentativo, riuscito, di far parlare fondamentalmente i lampedusani. I quali, da buoni isolani, parlano di se stessi senza sconti, sia nel bene che nel male.
Lo stesso titolo è un rito proverbiale: siamo qui, con tutti i significati di un proverbio fatto di due sole parole e dunque colmo di “non detto”. Un proverbio di chi è abituato ad accettare in silenzio il vento dei tempi passare su uno scoglio nel bel mezzo di un epico crocevia.
Piccola isola a confronto di tutto l’immenso intorno, marittimo e culturale, la sua popolazione si è adattata come ha fatto la vegetazione dell’isola: restando sul posto, accettando le condizioni di vita, spesso estreme.
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