“Possiamo sapere come spende i soldi Manifesta?”

Sarebbe ora di fare un po’ di chiarezza sull’operazione Manifesta 12? Se lo chiede, ragionando e senza pregiudizi, Franco La Cecla, il docente di antropologia culturale che di Palermo conosce ogni sfumatura essendoci nato, ma che da ciò non si fa influenzare riuscendo ad avere lo sguardo distaccato di chi ha saputo non considerare le radici la regola primaria della vita.

Manifesta 12 è la biennale nomade di arte contemporanea che, auspice Leoluca Orlando, è sbarcata a Palermo. Cosa è seguito agli squilli di tromba e alla propaganda che organizzazione e Comune di Palermo hanno messo in campo?

Si parla della struttura dell’evento, secondo La Cecla, valorizzato dai palazzi storici messi a disposizione dal Comune e dai privati “la cui bellezza riscatta tutto”. E per tutto intende “la modesta qualità media degli artisti e delle opere (salvo qualche eccezione)”. La Cecla alza poi il tiro sulla comunicazione: “Sembra anch’essa piuttosto modesta e affetta da una visione colonialistica della città e dell’isola. Pompando sulla retorica dello storytelling e della partecipazione, quest’ottica finisce per scimmiottare quello che la città produce da sé, il fare festa a Santa Rosalia, ma con minore o assoluta non autenticità…. Veniva fuori e viene fuori un panoramica da depliant di agenzie di viaggio senza alcuna capacità di lettura e approfondimento”.

L’impietosa quanto più che giustificabile analisi di La Cecla si concentra poi sugli aspetti economici dell’operazione. “E alla fine ci si chiede se i soldi dati a Manifesta siano davvero ben spesi (il Comune oltre 4 milioni di euro, la Sisal 700 mila euro) visto che la maggior parte dello stupore è dovuto alla magnificenza del patrimonio che la città ha messo a disposizione degli stranieri”.

E azzarda una considerazione che richiama l’evento pop della scorsa stagione, la kermesse di Dolce&Gabbana, da cui Manifesta avrebbe ereditato la tendenza a considerare un favore occuparsi di Palermo. “Durante Manifesta, uno dei luoghi più importanti della città, il museo Salinas, che ospita le rarissime metope di Selinunte e tesori inestimabili del patrimonio greco – siculo è stato utilizzato per un rave di scarso buon gusto”.

E infine una chiosa sul richiamo per il pubblico e le presenze turistiche a Palermo, “attraente da un clima barcellonese, vino, notti temperate, atmosfera rilassata e un’intera città da conquistare. Tutto ciò è bene, purché si abbia in mente cosa ha provocato a Barcellona dopo un po’ di anni. Il turismo è una risorsa straordinaria, ma se non è gestito è un boomerang che finisce per devastare il tessuto umano e materiale di una città”.

Per il resto – e sono riflessioni a cui è opportuno prestare attenzione – collegatevi a lavoroculturale.org per il testo integrale di La Cecla, che chiude con un concetto che è certamente più che una provocazione. “Tutto il lavoro svolto da volontari e operatori locali è stato per lo più non pagato e quindi ci si chiede che tipo di volano ha creato nel tessuto giovanile di questa città da cui i giovani sono costretti a fuggire. Sarebbe ora che Manifesta rendesse manifesto di come ha usato i soldi pubblici e privati che le sono stati affidati”. Intanto, da parte nostra, un applauso a La Cecla. Che lo si condivida oppure no, resta il pensiero, chiaro, netto e ben articolato. E questo, oltre ad essere merce rara, è patrimonio messo a disposizione di tutti.

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