Non ci sono più i Miccoli e le arancine di una volta: storia della maglia numero 10 e del Bar Alba

Ci sono due cose, a parte la Santuzza, su cui a Palermo non è lecito scherzare: la maglia nummero 10 del Palermo e le arancine. La doppia emme è d’obbligo perché conferisce alla parola quel sapore popolano che avvicina le due questioni talmente tanto da fonderle in una sola. Sono tempi grami per entrambe. Il 10 non ha più padrone e non solo per la partenza di Igor Coronado, degno erede di Fabrizio Miccoli. Il 10 è fantasia, distillato di calcio puro, è squilibrio ormonale, è l’uomo per cui pagare un biglietto dello stadio nonostante con Sky la partita la vedresti meglio. Il 10 è il campione, quello che in buona sostanza ti fa ridere quando ci sarebbe da piangere. Ora, senza voler crocifiggere Coronado che è pure simpatico con la sua perenne aria di armaluzzu bastonato, ma chi tira un rigore che può valere la serie A non può permettersi di sbagliare, specie se ha quella maledettissima maglia sulle spalle.

Proprio come Miccoli la cui colpa non è stata commessa in campo, ma al telefono, in una purtroppo celebre e nefasta conversazione intercettata in cui dava del fango a Giovanni Falcone. Un errore che equivale a mille calci di rigore tirati in curva.

Oggi che non c’è speranza di vedere in campo un altro Miccoli, né giocando al ribasso un secondo Coronado, la nostra modestissima proposta è di non assegnare ad alcuno la maglia numero 10. Lasciamola sulla gruccia, al chiuso di un armadio, in attesa di tempi migliori.

E la stessa cosa, voltando pagina, vorremmo proporre all’amministratore giudiziario del Bar Alba di Palermo, per decenni tempio delle arancine. Tolga quel nome dall’insegna, perché la sensazione è che non porti bene, visto tutte le gestioni che si sono susseguite. Troppe vicissitudini, dalla leggenda metropolitana del cibo per gatti nel condimento dell’arancina al burro sino al sequestro dei locali di qualche giorno fa. Alba non è un nome di famiglia per cui non sarebbe difficile rinunciarvi. E il brand è più che sputtanato. Le arancine, peraltro, non sono più quelle di una volta, la squadra degli anni ’60 e ’70 che seppe costruirne una tradizione si è trasferita altrove, nemmeno un chilometro in linea d’aria e basta vedere la fila che c’è per Santa Lucia per capire che il palermitano ricorda e apprezza, al di là del nome.

E allora se il nome non serve più a farci sognare, proprio come non serve mettere la mitica 10 sulle spalle del primo arrivato, tanto vale rinunciare. Ciò che conta è la qualità, Alba o non Alba, che ricomincino a fare le cose per bene e le arancine come una volta. E che Lo Faso entri nella giusta dimensione professionale, perché nel calcio si può essere promesse per una sola stagione della vita. E se non sarà mai come Miccoli, provi almeno a farci dimenticare Coronado.

A tinte forti, Parco delle Madonie

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