“Caro Paolo ti scrivo”: la lettera di Mario Conte a Borsellino

Caro Paolo,
torno a scriverti dopo un anno senza sapere il perché, come se fosse quasi un’esigenza che la mia coscienza ha di riferirmi ad una delle figure che, pur senza averti mai conosciuto, sono state di maggiore riferimento nella mia vita professionale ed umana.
Sono passati 26 anni da quel maledetto pomeriggio di luglio che io, come buona parte dei miei coetanei, ricordiamo in maniera fin troppo nitida, perché le date che segnano la tua esistenza restano sempre scolpite in modo indelebile nella tua pelle.
Fu la giornata della disperazione, quella in cui ognuno di noi pensò che era veramente tutto finito, che il Male aveva per sempre avuto la meglio sul Bene, perché la nostra terra, che Tu, con la Tua consueta lucidità e saggezza, avevi definito bellissima ma disgraziata, aveva dimostrato di non volere avere irrimediabilmente un futuro.
Ed ogni anno che passa, invertendo la inesorabile legge del tempo, la memoria del Tuo insegnamento si rafforza, quasi in una sorta di miracolosa rivincita che questa nostra società insegue, faticosamente, nella ricerca della Verità (che lentamente ma inesorabilmente sta venendo a galla) e, finalmente, della Serenità e della Civiltà.
Inutile dirti quanto la Tua mancanza si avverta, nella nostra società, soprattutto per quella carenza di figure come la Tua, che sappiano incarnare veramente il modello del Giudice Giusto, che sa interpretare il diritto nella maniera più consona alla società in cui vive e calarsi nelle necessità che la stessa avverte.
Ma più di questo vorrei ribadirTi quanto ancora la Tua presenza si avverta nitida.
E non solo nelle stanze in cui Tu hai lavorato (dove io ho avuto l’immenso onore di stare per cinque lunghi anni della mia giovane carriera e che adesso sono diventate “il Bunkerino”, un Museo nel quale, grazie all’amore ed alla tenacia del tuo fedele Giovanni Paparcuri, si riesce ad assaporare le condizioni in cui vivevi e lavoravi) ma anche nella vita di tutti i giorni, grazie alle tue frasi o ai tuoi interventi pubblici, che periodicamente vengono ripresi e con i quali ci hai insegnato che anche un onesto servitore dello Stato, ad un certo momento della sua vita, oltre a fare il suo dovere, deve cercare di spiegare alla società come vanno le cose e cominciare ad esporsi pubblicamente.
E voglio dirti che il Tuo esempio trova la prima meravigliosa dimostrazione nel coraggio e nella determinazione dei Tuoi figli, che ho il piacere di conoscere da tempo, i quali, come la Tua adorata Agnese, hanno portato con suprema dignità un dolore che difficilmente si può capire o superare, non perdendo mai il senso dello Stato, che Tu gli hai insegnato, né la fiducia che la Verità sulla Tua fine possa un giorno venire alla luce.
Come ogni anno oggi ci sarà l’ennesima parata, fatta da tanta gente che ci va soltanto perché pensa sia giusto farsi vedere in occasioni come queste, ma anche da moltissime persone che credono che la presenza, in giornate come queste, non sia un inutile passerella ma solo il punto di partenza, doveroso ed importante, per poi proseguire un’operazione di riscatto durante tutti gli altri 364 giorni dell’anno.
Io anche quest’anno cercherò di ricordare il Tuo sacrificio ed il Tuo impegno e porterò i miei figli alla bellissima e silente fiaccolata che ci condurrà in via D’Amelio, triste teatro della Tua fine, diventata, nel tempo, il simbolo della rinascita di una società che, grazie al Tuo sacrificio, si è risvegliata, mi auguro una volta per tutte.
E lo farò in maniera ancor più convinta, perché credo che insegnando loro chi eri, potrò dire di aver fatto il mio dovere non tanto di Giudice ma soprattutto di Padre e di Uomo.

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