La verità, nient’altro che la verità su Paolo Borsellino

Venticinque più uno. Dall’anno di grazia 2018 si dovrà contare in questa maniera che molto rievoca la formula onomastica di alcuni processi di mafia. La ricorrenza della strage di via D’Amelio, quello che nella visione del 1992 per molti ha rappresentato il punto più alto dell’aggressione della mafia allo Stato e che oggi, 9.490 giorni dopo, viene letta come la più infame opera di depistaggio di cui non si conoscono né mandanti, né movente.

Non mancano le supposizioni, ma l’unica certezza è che cercare lontano e al di fuori da Cosa Nostra non è più ipotesi del tutto azzardata. Si chiede a gran voce – e Fiammetta Borsellino non è l’unico megafono – di individuare i livelli di intervento per quello che entrerà di diritto quale uno dei più maldestri depistaggi della storia dell’Italia repubblicana che, bisogna ricordarlo, da questo punto di vista non s’è fatta mancare niente.

Da Piazza Fontana al disastro aereo di Ustica, dal crac del Banco Ambrosiano al treno Italicus, sino al caso Moro che contende alla strage Borsellino il primato della vergogna. Il denominatore comune? L’orribile sospetto che pezzi dello Stato abbiano potuto agevolare piste che hanno tenuto a distanza la verità.

Venticinque più uno, perché da quest’anno, dopo il secondo j’accuse di Fiammetta Borsellino e le mille contraddizioni investigative che galleggiano nella melma delle bugie, tornare indietro sarà impossibile. L’esilio della famiglia del giudice Paolo che starà rigorosamente alla larga da ogni manifestazione pubblica è il segnale del punto di non ritorno: senza giustizia il 19 luglio sarà soltanto san Arsenio, che mai dovrà essere ladro di verità.


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