Rino Cascio alla guida di Rai Sicilia. La cronaca di come anticipò tutti nel giorno della morte di Falcone

Rino Cascio è stato uno dei tanti compagni di viaggio, certamente il più affidabile, virtù che allora sembrava marginale ma che un quarto di secolo di vita successiva mi fanno scoprire essenziale. Ho avuto il privilegio di firmargli il praticantato, nella breve ma felice stagione palermitana del circuito televisivo Cinquestelle. Sostantivo, quest’ultimo, che entra per la seconda volta in maniera dirompente nella sua vita di giornalista, ieri battezzandolo professionista, oggi assicurandogli il comando della redazione di Rai Sicilia nell’anno primo di un governo a maggioranza pentastellata. Perché non è mai scontato che il merito venga riconosciuto e che la politica non si metta di traverso.
Cascio è cronista cresciuto nell’ultima stagione felice della televisione privata siciliana, quando le redazioni avevano ancora un senso (professionale), si facevano contratti di lavoro, ci si batteva per l’orgoglio di scrivere una notizia in più del tuo concorrente.
Si è sempre occupato di politica e sociale, trasferendo nella professione quel senso di giustizia frutto di una buona e sana educazione civica e del suo essere persona perbene. Tra le tv private e il Manifesto ha consumato gli anni della carriera precedente all’ingresso in Rai, con un rigore e una capacità di vivere dentro la professione che lasciava presagire gli odierni risultati.
Con Rino ho condiviso uno dei momenti più angoscianti della carriera, eravamo insieme il 23 maggio del 1992, un sabato afoso che anticipava l’estate, un pomeriggio in cui decidemmo di presidiare da soli la redazione di Cinquestelle. “Per sicurezza, teniamo la radio accesa”, fu il suo suggerimento. La radio, nel codice delle redazioni, era lo strumento che ci consentiva (dietro autorizzazione) di ascoltare le direttive impartite dalla Questura alle Volanti. E fu Rino a captare per primo quel sinistro messaggio che annunciava, in maniera concitata un attentato nella zona di Capaci. “È Falcone, parlano di Falcone“, lo disse con una sicurezza che non lasciava spazio alla prudenza.
Aveva sentito pronunciare, tra le mille grida via etere, il soprannome in codice del magistrato. Il tempo di un paio di telefonate di conferma e andammo in onda con la prima delle tante edizioni straordinarie di quel pomeriggio. Condividemmo il rischio di una diretta televisiva fatta di notizie incerte e abbondante uso di condizionali, commentammo sgomenti le prime immagini che le nostre staffette di operatori ci portarono da Capaci nella sede di via Puglisi Bertolino.
Rino fu il primo a leggere la mia lettera di dimissioni da direttore firmata la stessa sera dell’attentato: se un editore decide di non autorizzare la diretta no stop del giorno successivo, il segnale che manda non può essere equivocato. Noi la domenica andammo egualmente in onda, i tecnici lavorarono gratis, riuscimmo a tirare sino alle 15, poi la linea passò al calcio, perché è bene ricordare che Coni, Lega Calcio e Federazione non ritennero opportuno sospendere i campionati e quindi per ragioni di palinsesto e diritti esclusivi alla camera ardente di Falcone fece seguito la partita del Palermo. Inutile dire che il ricordo di quelle ore non può sbiadire.
Una cosa strana, del 23 maggio non Cascio non se ne parlò mai più, neanche negli spogliatoi post scalcinate partite di calcetto o nelle riunioni di sindacato condivise negli anni a venire. Niente, nemmeno una parola. Di quella straordinaria sua intuizione da autentico cronista di razza – vorrei sapere in quanti ancora oggi ricordano il nome in codice di Giovanni Falcone – non ne ha mai parlato in pubblico, mai si è vantato di quel giorno, mai ha fatto pesare a chi l’ha sorpassato a destra nelle spericolate curve del servizio pubblico una competenza oltre che un curriculum che avrebbero dovuto consentirgli di tagliare prima questo traguardo.
Ecco perché il compagno di quei giorni che non possiamo ritenere felici (siamo cittadini prima che giornalisti) ma certamente fondanti per la rispettiva crescita, merita i migliori auspici. Perché oggi in Sicilia non si parla più di stragi, le esplosioni non sconquassano la terra, ma questi giorni hanno una loro drammaticità, che stavolta viene dal mare. E che deve essere raccontata, con lo stesso rigore di allora e senza pregiudizi. Buon lavoro, Rino.

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