Viva il Palermo e Santa Rosalia

Ci sono certe coincidenze su cui non si può fare a meno di mettere attenzione. Oggi il Palermo (o quel che ne resta) comincia ufficialmente la sua stagione, forse la più triste dai tempi della C2. E lo fa proprio nel giorno del tripudio di Palermo che consuma la sua notte più pagana inneggiando alla Santuzza, a quella Rosalia a cui ogni anno viene chiesto di liberarci dalla peste.

Troppo facile per chi ha la pelle a strisce rosanero individuare quella peste da cui vorrebbe liberarsi. Le sue iniziali sono Emme Zeta, una volta glorioso marchio di supermercati la cui cessione di qualche decennio fa in realtà un miracolo l’ha propiziato. Al signor Emme Zeta arrivò infatti una colata di miliardi (di lire) che consentì l’operazione più spregiudicata del calcio italiano, il famoso travaso che ridusse in cenere il Venezia e da quelle stesse ceneri generò la fenice Palermo e il decennio più glorioso della sua storia calcistica.

Oggi il santo è diventato diavolo e non perché i palermitani siano faccioli – magari lo saranno anche, ma in questo caso hanno tremendamente ragione -. Palermo un’anima ce l’ha, magari stropicciata, persino sfregiata come l’immagine delle sue periferie. Interi porzioni urbane che ci restituiscono quella visione di degrado che Elle Or s’affanna vanamente di coprire con i vestiti della festa che servono a rendere elegante soltanto il corpo slanciato di un centro storico sempre più uguale ai centri storici di tante altre città. Luoghi che hanno perso la loro diversità e sono diventati villaggi gastronomici dai mille e contrastanti odori, degli immensi pub a cielo aperto che distribuiscono ricchezza effimera a pochi e lavoro precario a molti.

Ma l’anima calcistica, dorotea come poche, che vede ai suoi lati l’urlo del popolo e il lamento dei salotti, ha sentenziato che la dignità vale più dei ricordi di un decennio strabiliante. E quindi vaffanculo vecchio pirata del nord, un vaffanculo di cuore oggi che la questione migranti ci sta restituendo un minimo di senso d’appartenenza alla bandiera meridionale. Il vaffanculo più meritato della storia universale dei vaffanculo perché conquistato giorno dopo giorno schiacciando senza pietà la cosa più sacra, nel calcio come nel resto della vita. Si chiama passione, Emme Zeta, e non c’entra in quale campionato giochi e non serve che tu ci abbia portato Pastore e Dybala, Toni o Corini se poi ci hai fatto ridere dietro da tutta Italia, tra allenatori screpentati come fossero chicchi di caffè dentro a un macinino e alchimie di bilancio che speriamo di cuore non si trasformino in reato ma che rappresentano quell’elevazione a furbizia che spesso fa a cazzotti con l’essere perbene. Non ti meravigliare se Palermo si è rivoltata contro e si rivolge alla Santuzza.

La nostra è terra di mafia e di sopraffazione, di gente che ha ammazzato bambini e preti senza scrupolo alcuno facendosi magari il segno della croce attimi prima di premere il grilletto. Capisci, il segno della croce, quel gesto che purifica e salva le coscienze. Figurati se a quei tanti palermitani che mafiosi non sono, non viene di segnarsi il petto e chiedere alla Santuzza di liberarci della tua presenza.

La tua messinscena è farlocca e opprimente, dici una cosa e ne fai un’altra e non ti appellare all’età che di certo non aiuta ma non può essere il salvacondotto che ti libera da ogni peccato. L’ipocrisia non si può perdonare, anche se poi viene da chiedersi come Palermo sopporta da così tanto un capo condomino che su questo aspetto mancu cugghiunia. Anche lui ci ha regalato almeno un decennio indimenticabile e poi proprio come il sovrano di via del Fante è rimasto lì per mancanza d’alternativa. Palazzo delle Aquile e lo stadio Barbera, simboli dell’assenza di futuro, del rimestio di copioni già usurati, di una città che preferisce vivere di ricordi. E che ogni notte del 14 luglio, mentre altrove si rievoca la più rilevante rivoluzione sociale della storia dell’uomo, si affida alla Santuzza, alla Rosalia vergine e martire, chiedendo il miracolo. A ciascuna la sua peste, a ciascuno il suo canto di dolore, a ciascuno la sua preghiera. Egoisti e puttanieri per 364 giorni, devoti per un dì. E anche noi che laici siamo nati e così moriremo, ci permettiamo oggi, persino in ginocchio, di chiederti un miracolo, così che si possa tornare a votare con quella purtroppo dimenticata passione civile e con passione animale comprare l’abbonamento allo stadio. Liberaci Rosalia, liberaci due volte. Per poter gridare anche noi, nel nostro carro immaginario, Viva (il) Palermo e Santa Rosalia.

Palazzo Sclafani

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