L’arte di essere nessuno di Federica Pace: identità di genere, disabilità, amore e morte di fronte al dolore della non accettazione

“Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”

Richiama questa frase Federica Pace, classe 1989, di origine siciliana, una terra storicamente gemellata con quella partenopea, autrice del libro L’Arte di essere nessuno, edito da Robin Edizioni.

L’autrice sta programmando una serie di presentazioni che diventeranno anche un viaggio, una sorta di cartina di tornasole, attraverso le barriere fisiche, mentali, psicologiche ed emotive, per cercare di contribuire al risveglio delle coscienze circa la condizione delle persone con disabilità ed anche un modo per “mappare” l’accessibilità del territorio.

“Si può essere nessuno o tante cose, così da confondere il proprio interlocutore”, spiega l’autrice. “In un certo momento della propria esistenza si può essere nessuno, ed anche questa in fondo è un’arte, a causa della confusione, dell’incapacità di prendere consapevolezza di se stessi”.

Ma come si diventa qualcuno?

“È necessario – continua Federica –  prendersi a coltellate: tirare fuori tutto quello che hai dentro, avere il coraggio di guardarlo e ripulirlo. Poi, quando lo si rimette dentro, si diviene, finalmente, qualcuno. Essere nessuno è doloroso, ma ad un livello di dolore costante ti abitui. Mentre se hai una ferita, quando cominci a ripulirla farà ancora più male”.

L’arte di essere nessuno è un romanzo permeato di forza narrativa,  che si snoda lungo il percorso della progressiva presa di consapevolezza di se stessi, a livello di identità sessuale e di genere. Ma racconta anche del rapporto con una malattia degenerativa e, quindi, della convivenza con un corpo che spesso sembrerebbe non andare di pari passo con i desideri della mente.

Alternando la forma di diario con quella del dialogo interiore in seconda persona, Federica racconta il difficile e tormentato passaggio all’età adulta,  attraverso paure, psicosi, ossessioni e dipendenze affettive.

Lo fa attraverso l’amicizia amorosa tra la ventisettenne Sophia, un nome non casuale che indica la conoscenza, ed Asia. Entrambe queste figure femminili rappresentano in qualche modo l’alter-ego dell’autrice.

Ma Asia non ce la fa: il romanzo, infatti, si apre con il suo suicidio. In quel gesto sembrerebbe condensarsi tutto il peso del mondo, l’incapacità di accettarsi, legata forse ad un’estrema ferocia esterna percepita.

“Non a caso – spiega l’autrice – l’unico momento in cui Sophia trova il coraggio di amare Asia è quando Asia non può più vederla, perché l’essere vista avrebbe significato sopportare giudizi che la protagonista non voleva dover sopportare”.

Un suicidio che appare come un monito alla società, o forse solo come un grido di dolore muto, dato che nessuno dovrebbe ricorrere ad un gesto estremo per paura del giudizio e della non accettazione altrui che spesso si traduce in un rifiuto verso se stessi.

“Non dovrebbe essere necessario un trauma – ribadisce Federica –  per poter scavare nella propria identità di genere e nei propri gusti sessuali, per la paura che l’essere visti davvero significhi essere rifiutati”.

Un rifiuto che in Italia e nel resto del mondo prende il nome di trans-omofobia, rispetto al quale, nel nostro Paese, non esiste una legge, e quindi una barriera che si opponga all’odio, alla discriminazione ed alla violenza e che preveda adeguate sanzioni per chi commetta, istighi a commettere o sia, a vario titolo, connivente con atti di violenza trans ed omofobica.

Secondo i dati di Arcigay, riportati dall’Osservatorio sui diritti,  ogni anno più di 100 persone subiscono abusi a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere. Ma persiste una sostanziale sottostima del problema, visto che queste questi numeri sono basati sulle denunce fatte e sugli avvenimenti segnalati che hanno raggiunto i tristi onori della cronaca.

Secondo quanto si legge sul sito dell’Osservatorio, “il disegno di legge che prevedrebbe l’estensione della legge Mancino-Reale al movente d’odio basato sulla discriminazione in base all’identità di genere ed orientamento sessuale, è fermo  al Senato da più di quattro anni”.

La situazione peggiore parrebbe essere quella delle donne (oltre che dei bambini), che, già vittime di una cultura retriva e maschilista, hanno ancora più ostacoli ad essere accettate se lesbiche, fino ad arrivare a fenomeni terribili come gli stupri correttivi.

Carl Gustav Jung sostiene che “non c’è presa di coscienza senza sofferenza. In tutto il mondo la gente arriva ai limiti dell’assurdo per evitare di confrontarsi con la propria anima. […] Chi guarda dentro si sveglia”.

Un confronto mancato o evitato che nasce dalla profonda paura di non accettati e quindi di non poter essere davvero parte di qualcosa o avere qualcuno che ci guardi negli occhi e si e ci riconosca.

E poi c’è lo specchio dato dalla malattia che avanza e che diviene un alibi per Sophia per cercare di sottrarsi alla presa di consapevolezza, a partire dal rapporto con Diego.

“Sophia paragona Diego ad un filo per stendere i panni”, evidenzia Federica Pace. “Lo conosce bene, sa dov’è posizionato e le è necessario”.

Ma la morte di Asia, della cui memoria, custodita in una teca dove la ragazza raccoglie numerosi oggetti, simboli di frammenti di sé, Sophia diventa custode cambierà definitivamente le cose.

Dal rapporto con Diego a quello con i suoi genitori ed infine con se stessa.

La maggior parte delle volte in cui un bicchiere di vetro ricolmo di acqua cade per terra, la colpa è della distrazione. Tornando indietro, in fondo, avremmo potuto evitarlo. Se non l’avessimo posizionato così vicino al bordo del tavolo, oppure se l’avessimo spostato in tempo, prima che il nostro gomito lo colpisse, non sarebbe mai caduto e noi non avremmo rischiato di ferirci camminando su dei pezzi di vetro a piedi scalzi. Sophia lo guarda cadere, il bicchiere. Sente il tonfo, lo vede infrangersi sul pavimento e, nello stesso istante, lei fa la medesima fine. Per tutto il romanzo, con il suo strano modo di camminare, Sophia vede esplicarsi al di fuori di sé la malattia genetica che porta dentro. Tutto è una perdita di equilibrio, in tutto c’è odore di arance rosse e succose che scivolano via dalle mani di un giocoliere e si infrangono sui pezzi di vetro. Ma chi è il giocoliere? È davvero chi crede Sophia?
Attraverso flussi di pensiero, flashback, cambi di persona, decostruzioni e ricostruzioni, Sophia si rende conto che nulla era come credeva, che la ricerca di qualcuno implica sempre la ricerca di se stessi e che, forse, è proprio vero che si comincia dalla fine.

I suoi genitori oscillano tra un ipercontrollo, rappresentato dalla madre, ed un timido tentativo di concederle almeno un minimo di indipendenza per vivere la sua vita, istanza incarnata dal padre, meno affettuoso ma emotivamente più presente e consapevole dei desideri della figlia.

Così la vita di Sophia si dibatte tra l’anelito all’indipendenza e quella zavorra, presente anche dentro di lei, che la porta a rimanere ferma dov’è a causa della preoccupazione per la malattia e per l’ansia che lei possa farsi male. Un immobilismo imposto e che lei stessa spesso si autoimpone perché “restare immobili è necessario affinché lei stia bene”.

Il coraggio di essere nessuno racconta il percorso che conduce alla costruzione di un’identità, frutto di un processo di scavo interiore, che si compone, o forse si ricompone, quando tutte le tessere di un puzzle vanno a posto e finalmente per la persona stessa è possibile fare chiarezza.

La cifra stilistica è rappresentata da una forma raffinata ma semplice, che privilegia frasi che si giustappongono. “Le frasi sono lunghe – commenta l’autrice –  perché a volte credo di dover rappresentare la velocità e la passionalità del pensiero. Uso molte metafore similitudini e amo molto la sinestesia”.

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