Ecco perché le fake news sono più condivise delle notizie vere

Non puoi contrastare una minchiata, ma ne puoi capire le origini. Almeno ti metti il cuore in pace.
Non riusciamo mai a spiegarci perché una notizia falsa abbia una eco paurosa, mentre una vera al massimo arriva alle pareti del condominio. Per non parlare delle smentite, che sono una battaglia persa spesso in partenza.

La rivista scientifica “Science” ci è voluta andare a fondo. E almeno adesso, se non si ha la ricetta della vittoria della verità, almeno si hanno i motivi della sua sconfitta.

Prima di tutto l’onda emozionale, per cui il cervello di primo istinto è portato a condividere notizie che hanno un linguaggio roboante (remember: “Ci stanno nascondendo la verità!! Condividete!!”), mentre il linguaggio che tende a smentire ha spesso l’autorevolezza di chi con dedizione contrasta punto per punto. Una comunicazione efficace ad esempio da questo punto di vista è quella di Enrico Mentana, che appunto, portando spesso verità oggettive, arriva adeguatamente al pubblico.

Ma non è tutto. Purtroppo la nostra convinzione errata è che le notizie false siano colpa degli algoritmi dei social, per cui sono loro a diffonderle. No, purtroppo sono proprio le persone. E specie se si tratta di persone famose di ogni settore, dalla politica allo spettacolo.

Desideriamo essere controcorrente, non andare con la massa che si schiera a favore, allora andiamo cercando per forza notizie negative. Google è piena di stringhe di ricerca sul marcio dei personaggi più in vista. E non contano nemmeno i follower che si hanno. Chi ha milioni di seguaci, infatti, potrebbe non contrastare le fake news diffuse da chi ne ha pochi. Questo perché, quando una persona famosa scrive un post, viene condiviso dai suoi fan, ma ha scarsa ricondivisione, invece una fake news, segue lo strano percorso di una ricondivisione trasversale più massiccia, comprese le chat. Per cui ecco spiegato perché anche dicendo una verità a milioni di persone, la stessa fatichi a mettere fondamenta.

Altra cosa è la percezione che abbiamo di un soggetto, che spesso ci porta al pregiudizio punto e basta. Esempio? La notizia falsa che il cugino di Trump prima di morire abbia praticamente maledetto il suo cognome, ha avuto un trionfo di diffusioni, nonostante fosse stata smentita e non avesse riscontro. La notizia vera che Trump avrebbe permesso di usare il suo aereo ad un bambino malato per un intervento medico urgente, ha avuto si e no, 1300 condivisioni. Ma vi do atto che Donald se le chiama proprio e non fa nulla per essere simpatico a tutti. Tuttavia la notizia era vera ma poco considerata.

Insomma più emozione suscita una notizia, più trasporto, meno è facile contrastarla se è falsa.
Però secondo la ricerca l’atteggiamento di diffondere notizie false, o di essere sull’onda del sensazionalismo e dei toni alti, può valere per poco. Se si punta sull’arroganza, o su una immagine di incorruttibilità e atteggiamenti da leader che conoscono la vita e possono insegnarla, all’inizio si fanno parecchi follower, ma alla lunga no.
Alla lunga, sembra che si preferisca chi ha cercato di raccontare il più possibile fatti veri e non ha cercato emozioni a basso costo. E chi se dice che una cosa è vera, è perché l’ha approfondita il più possibile. E soprattutto, si confronti con le persone, che è orribile chiamare seguaci. Dicono che alla lunga succederà. Speriamo che arrivi presto, questo “alla lunga”.

Giusi Diana

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