Borsellino, i giudici: “Uno dei più gravi depistaggi della storia d’Italia”

Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana“. I giudici di Caltanissetta, per la prima volta, scrivono del clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi.  E nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater, depositate ieri sera, la Corte d’assise dedica un lungo capitolo al falso pentito Scarantino. Nella sentenza del 20 aprile 2017, sono stati condannati all’ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, e a dieci anni di carcere per calunnia i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci, che furono usati per mettere su una falsa ricostruzione delle fasi esecutive dell’attentato. Ora, a distanza di un anno e due mesi, sono state depositate le motivazioni, lunghe 1.865 pagine, in cui viene ricostruito il depistaggio delle indagini con protagonisti uomini delle istituzioni.

I giudici puntano il dito contro i servitori infedeli dello Stato, che secondo quanto depositato agli atti, hanno imbeccato piccoli criminali, facendoli credere gole profonde di Cosa nostra, costruendo così un falsa verità sulla strage. Per Vincenzo Scaratino, il falso pentito che nel corso di 20 anni di processi è stato protagonista di diverse ritrattazioni, i giudici dichiararono la prescrizione: gli è stata concessa l’attenuante per chi viene indotto a commettere il reato da altri.

“Altri” cui la Corte si riferisce nelle motivazioni della sentenza: gli investigatori: mossi da “un proposito criminoso” (come si legge), e a chi “esercitò in modo distorto i poteri”. Parole dure verso chi condusse le indagini, il gruppo guidato da Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia poi morto. Secondo i giudici avrebbero indirizzato l’inchiesta costringendo Scaratino a raccontare la falsa versione sulla parte esecutiva dell’attentato, oltre a compiere una “serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte”.

Sulle motivazioni del depistaggio, la corte avanza delle ipotesi, tra cui la copertura della presenza di fonti rimaste occulte che “viene evidenziata dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà”, e ancora “l’occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato“.

Nelle 1.865 pagine depositate, non mancano riferimenti all’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, sparita dal luogo dell’attentato. Secondo la corte, Arnaldo La Barbera ebbe “un ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

A Caltanissetta, nonostante La Barbera sia morto e l’inchiesta sulla scomparsa dell’agenda rossa sia stata archiviata, dopo questa sentenza si continuerà ad indagare. I pm della Procura Stefano Luciani e Gabriele Paci non si sono accontentati delle verità passate in giudicato e, anche grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, hanno riaperto le indagini. E c’è anche un’altra inchiesta, già in fase avanzata, che riguarda gli altri poliziotti che facevano parte del gruppo guidato da Arnaldo La Barbera.

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