Due cuori e una capAnna

Si dice casa il luogo dove tieni lo spazzolino. Lo dicono in tanti. Ma voi, ve ne prego, dimenticate questa banalità, è una spaventosa castroneria, casa è quel luogo dove si mischiano gli odori e si cementano i ricordi, la somma delle stanze dove hai fatto l’amore, il rifugio delle giornate di stanca, l’antro che ti restituisce il sorriso.

La nostra casa ha la linea dell’orizzonte quale confine e quel colore azzurro intenso che riesce a toglierci la malinconia. È il luogo dal quale non vorrei mai uscire perché rappresenta la certezza che lei è accanto a me. Io che ho sempre amato la beata solitudine, che ho stropicciato il mio cervello con pensieri vissuti nella quiete della coppia in cui l’altra era la seconda metà di me stesso, che ho amato consumare le pagine del Patrimonio di un complice di nome Philip senza sospiri che non fossero i miei, io proprio io vi confesso che faccio fatica a pensarmi da solo in questa casa. Credo di averci provato una volta per vedere l’effetto che faceva, ma o non ero io o sono entrato nella casa di un altro perché non ho visto né l’azzurro né tanto meno l’orizzonte.

E d’improvviso ho capito che solo stringendo la sua mano si accendono le luci, che il suo sguardo riempie d’immagini le pareti bianche, che gli oggetti si animano al suo silenzioso comando come fossimo in un cartone animato. Ho capito che quella casa è la metafora della mia vita, che con lei ha preso colore e movimento. E basta uno sguardo, il suo sguardo, perché l’interno 91 diventi casa.

Finiva così la lettera che trovai nel suo comodino, pochi giorni dopo la sua più lunga assenza, tre tramonti e tre albe trascorse ad annusare cuscini e maglioni in cerca delle sue tracce. Questa lettera è il nostro non detto, lui non me l’ha mai data, io non ho mai rivelato d’averla letta. Però ogni volta che entriamo assieme in questa casa i nostri sguardi s’incrociano e non c’è bisogno di dirsi altro. La luce s’accende davvero. E io sono felice.