Il calcio in Sicilia: chiuso per fallimento

La serie A persa dal Palermo, al di là delle motivazioni tecniche e dell’esito del ricorso già annunciato per lo scandalo di Frosinone, rivela in maniera anche più evidente l’impoverimento della Sicilia rispetto al decennio scorso. Perché il fallimento sportivo del Palermo e le incognite legate al suo immediato futuro è strettamente correlato a quella mancanza di alternativa imprenditoriale che ha obbligato il capoluogo della regione a dovere sopportare quella piaga sportiva che ha un nome ed un cognome e di cui ci occuperemo tra qualche riga.

Come il Palermo ha fallito il Catania, ancora nelle mani di un altro che di fallimenti se ne intende e che ha sperato anche quest’anno che l’operazione nostalgia legata alle figure professionali che avevano prodotto il miracolo di qualche stagione prima potesse nascondere la povertà di progetto tecnico e imprenditoriale. In poche parole, Pulvirenti ha puntato su Lo Monaco che invece ha messo in fila l’ennesimo passo falso, a dimostrazione che tutti bravi quando si può spendere e spandere in giro per il sudamerica ma che altra è la musica quando si è costretti a pane e cipolle.

Sospeso sul filo a metri d’altezza e senza rete: questo è il presente del Trapani. La maledizione dei play off quest’anno ha colpito anche da quelle parti, ma l’effetto potrebbe essere ancora più grave di una mancata promozione. La famiglia Morace è alle prese con strascichi di natura giudiziaria e non del tutto sereno appare l’orizzonte imprenditoriale. Il disimpegno dal calcio è l’effetto collaterale. Chi potrà rilevare la società oggi con un parco giocatori ridotto e di non eccelsa qualità, senza più sponsor (che era la Liberty Lines di Morace) e nell’imminenza di garanzie economiche da fornire entro pochi giorni per l’iscrizione alla prossima serie C?

Vogliamo spostarci ad Agrigento per assaporare un’altra fetta di quella torta infinita che si chiama fallimento e che è stata distribuita in tutta la Sicilia? Oppure parliamo del Siracusa che senza i punti di penalizzazione che ha dovuto scontare in questa stagione per violazioni finanziarie avrebbe potuto disputare i play off? E che fine ha fatto il miracolo Licata, quell’oasi felice che Zeman aveva costruito sul finire degli anni ’80? Senza parlare poi del Messina che la famiglia Franza aveva portato sulla soglia dell’Europa League e poi ha lasciato franare senza pudore alcuno.

La verità è che nel calcio la programmazione tecnica, quella che con un abusatissimo termine viene chiamata progetto, ha le sue fondamenta nella capacità d’impresa di garantire risorse in proporzione agli obiettivi. È vero che nel calcio globalizzato la proprietà non deve per forza rispecchiare il territorio, ma questo è più logico in serie A che nelle serie minori. E quindi a chi affidarsi, a quale imprenditoria locale fare riferimento? Provate a bussare alle porte di Sicindustria, voi che credete nel sovranismo calcistico, e quando vi aprono cercate un interlocutore adeguato. E quando tornate a casa senza risposte, pensate con affetto a quel qualcuno che ve l’aveva detto: è chiossài ù fangu rà scarola. Traslation: molte parole, poca sostanza.

Capitolo Zamparini. Vale per il monarca di Vergiate quanto prima accennato. Ha regalato a Palermo e al calcio italiano un decennio indimenticabile. Pensate a quanti campioni, da Toni ad Amauri, da Miccoli a Dybala, da Pastore a Cavani eVazquez, senza dimenticare i Barzagli, Grosso, Barone, Zaccardo che parteciparono da protagonisti al trionfo mundial del 2016. Erano anni in cui il sor Maurizio metteva mano al portafogli, il Palermo era il suo giocattolo e molto s’è divertito. Pagava cash e più degli altri. Ed era cara la sua bottega quando decideva di vendere. Maestro di gestione non lo è mai stato perché con quello che ha incassato si poteva vivere di rendita in serie A per molto più che un decennio. Solo che ad ogni Cavani corrispondevano tre Labrin, incline a cercare il colpo ad effetto come quel provinciale che è sempre stato e che ha bisogno dell’abito firmato persino alla festa del paese. Zamparini voleva il successo ma soprattutto il riconoscimento pubblico, chi intendeva gratificarlo doveva dirgli solo che ne capiva di calcio. E il gioco era fatto. Un Berlusconi in grande e non vi sembri un paradosso. Il Cav rompeva assai, s’innamorava di Borghi e massacrava Ancelotti con la storia del modulo, ma alla fine s’è sempre fidato di Galliani e del suo staff, che scudetti e Coppe ne hanno portati a camionate. Zamparini invece o trovava il signornò di turno o scriveva lettere di licenziamento. Non un padre padrone alla Rozzi, paternalistico quanto egocentrico, qui s’è rivelato per quello che è dentro: solo un padrone dall’ego smisurato. E quando dopo la finale di Coppa Italia ha dimenticato la combinazione della cassaforte i vezzi sono diventati vizi e siamo affondati nella palude di consulenti spregiudicati e nella strategia assai sospetta di un mercato giocato prevalentemente sul versante estero.

Le malefatte di Frosinone nasconderanno al grido di vergogna la più semplice verità di un fallimento sportivo di cui Zamparini è artefice per le scelte operate durante tutto l’arco della stagione, da quella primordiale di uno staff tecnico inadeguato alla campagna acquisti sbagliata due volte. E per carità di patria non parliamo dell’anno scorso, quando l’unica sarebbe stato interdirlo. Oggi il presente è carico di tristezza, ma teniamoci forte perché il futuro potrebbe essere ancora peggiore.


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