Riforma banche cooperative, stop del Governo. Bene da Agci e Assopopolari, caute Federcasse e Confcooperative, allarme Iccrea

La fusione di piccole e medie banche in grossi gruppi rischia di consentire l’accesso a speculatori finanziari internazionali nel ricco mercato italiano del risparmio, senza alcun obbligo di dare credito a sostegno di imprese locali e famiglie. I fini capitalistici delle spa sono alternativi a quelli mutualistici della cooperazione. Moratoria e revisione delle norme di Renzi su banche popolari e bcc

Alle intenzioni espresse alla Camera in occasione del voto di fiducia dal premier Giuseppe Conte, che ha annunciato la “revisione dei provvedimenti sul credito cooperativo e sulle banche popolari“, ben oltre quindi la più generale separazione tra banche di credito e banche d’investimento contemplata nel “contratto di governo” con la Lega, fanno seguito le affermazioni di Riccardo Fraccaro, ministro per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta.
Fraccaro e il consigliere provinciale M5S di Bolzano Paul Köllensperger, in un articolo sul Corriere del Trentino scrivono oggi che il decreto legge di Renzi del 2016, imponendo la riforma in fase di attuazione, “ha costretto le banche di credito cooperativo a trasformarsi in spa o a sottomettersi a una capogruppo – sempre società per azioni – che esercita invasivi poteri di controllo su tutte le aderenti. È una riforma che impatterebbe significativamente sulle numerose piccole banche del nostro Paese e di conseguenza sui loro tipici clienti, le famiglie e le piccole e medie imprese”.
L’obiettivo a suo tempo dichiarato dal Pd di una maggiore solidità delle Bcc, spiegano gli esponenti M5S, “risulta controproducente sotto il profilo del credito mutualistico locale, abolendo di fatto l’autonomia gestionale delle piccole Bcc del territorio”.

È innegabile che i fini capitalistici delle spa appaiono in deciso contrasto con lo spirito e la lettera dell’art. 45 della Costituzione: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.”
La concentrazione degli istituti e il passaggio del controllo del credito cooperativo da Bankitalia alla Bce, prevista dalla riforma Renzi, sono addirittura il contrario di ciò che ha fatto la Germania, che invece di obbligare ad una fusione ha adottato sistemi di mutua protezione, garanzia reciproca e protezione tra piccole e medie banche per scongiurare eventuali difficoltà finanziarie e patrimoniali.

Un atto ispettivo del 2 maggio scorso, presentato al Senato dal gruppo della Lega, a firma Matteo Salvini, Alberto Bagnai e Armando Siri, aveva già chiesto l’impegno del futuro governo per una moratoria sulla costituzione dei gruppi bancari cooperativi.

Positivo il commento alle parole del premier da parte di Brenno Begani, presidente dell’Associazione generale cooperative italiane (Agci) “La dichiarazione di Conte, che annuncia l’intenzione del Governo di procedere alla revisione dei provvedimenti sul Credito cooperativo e sulle banche popolari, ci soddisfa e ci dà una grande speranza per la conservazione della biodiversità bancaria, dell’identità cooperativa e dei principi mutualistici nel settore credito”. L’Agci ha sottolineato di aver fortemente richiesto nei mesi scorsi una revisione della riforma del Credito cooperativo in atto, pur condividendo l’intento di procedere ad una corretta riorganizzazione del sistema, rimanendo convinta che le nuove disposizioni in materia penalizzino gli istituti piccoli, a misura d’uomo e di territorio, quelli cioè più dinamici e capaci di contribuire alla crescita delle comunità di appartenenza, aprendo le porte del sistema creditizio italiano agli interessi dei grandi gruppi bancari stranieri e sottoponendo le Bcc, a differenza di quanto avviene in altri Paesi dell’Unione Europea, alla vigilanza della Banca centrale europea.

Disponibilità al dialogo viene manifestata anche dalla nota congiunta dei presidenti Augusto dell’Erba di Federcasse (l’Associazione Nazionale delle Bcc e Casse Rurali) e di Maurizio Gardini di Confcooperative, cui aderisce Federcasse: “Come nelle precedenti stagioni di riforma, assicuriamo – in caso di iniziative legislative – il nostro apporto costruttivo alla migliore definizione possibile di eventuali nuovi assetti normativi”.

Non ci sta invece Iccrea, una delle holding cui dovrebbero aderire le bcc, che “ha già inviato l’istanza per la costituzione del gruppo bancario cooperativo agli organismi di vigilanza europei ed italiani, a valle di un lungo, complesso ed impegnativo percorso progettuale con l’impiego di importanti risorse economiche”, come afferma il presidente di Iccrea Banca, Giulio Magagni, chiedendo “con urgenza un incontro con il presidente del Consiglio affinché possa chiarirci meglio la posizione del governo, rappresentandogli al contempo i rischi per l’economia locale derivanti da uno slittamento dei tempi della riforma”.

Dal punto di vista normativo, con “banche cooperative” in Italia ci si riferisce a due distinte tipologie d’intermediari creditizi, individuate dall’art. 28 del Testo unico bancario: “L’esercizio dell’attività bancaria da parte di società cooperative è riservato alle banche popolari e alle banche di credito cooperativo”.
La riforma Renzi del sistema delle banche cooperative ha dapprima affrontato le banche popolari, con il decreto-legge 3/2015, convertito con la legge 33/2015, che ha obbligato gli istituti con almeno 8 miliardi di attivo di abbandonare la forma cooperativa e di trasformarsi in società per azioni.
Mentre le disposizioni sulle Bcc del successivo decreto-legge 14 febbraio 2016, n. 18 (convertito con la legge 49/2016) sono ancora fase di attuazione, oggi già otto delle dieci banche popolari italiane interessate sono mutate in società per azioni e passate sotto la vigilanza della Bce.

Corrado Sforza Fogliani, presidente di Assopopolari, ha espresso soddisfazione per l’annuncio del premier Conte, anche se ha avvertito che il rischio di mercato va ponderato: “Saluto di buon grado queste parole perché la riforma Renzi ha rovinato non solo le banche popolari, che si sono dovute trasformare in società per azioni, ma soprattutto le piccole e medie imprese che ricevono il credito dalle banche del territorio”, ha dichiarato, sottolineando che la riforma del governo di Matteo Renzi “non ha finito di esercitare i suoi effetti perché obbliga chi cresce, anche per linee interne, sopra gli 8 miliardi, a trasformazioni in spa e impedisce così alle popolari di crescere”.

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Dario Fidora

Direttore editoriale