Memoria e bellezza: la storia di Pasquale Rotondi, l’uomo che salvò 10.000 opere d’arte

Memoria. E bellezza.
Rispetto a mio papà, aggiungerei la bellezza. Lui quando guardavamo i telegiornali, di politici improvvisamente virginali e pronti a nuove promesse, diceva: “Memoria, figlio mio, non scordare mai tutto il marcio che viene lasciato dietro, tutto quello che è stato fatto prima”. Memoria, bellezza. Perché sono gli antidoti all’ingratitudine. Sono le spugne lenitive sul costato delle ferite dialettiche. Questo tempo sembra colorato, vicino ai tormentoni estivi, con sbarchi, polemiche, frasi sibilline e strumentali, da accompagnare alla porta, che domani c’è da fare le valigie e “manca poco che vado in ferie”.

Nel frattempo l’aria si carica di auspici strani. Chi dovrebbe rispondere con parole di distensione, imbraccia anche lui i tasti deflagranti della risposta al vetriolo. Un tutti contro tutti che ricorda tanto una rissa in un cortile, con le cortigiane e i miserabili di cuore, pronti a litigare invece che agire, l’onore prima del prezzo di una vita umana.

Pasquale Rotondi
Pasquale Rotondi

La propria ragione che diventa principessa suprema, mentre narcisi ci dimentichiamo per che cosa stavamo litigando o bannando. Memoria. Bellezza. Oggi mi è sovvenuta agli occhi, finalmente con più cura, la storia di questo signore qui. Si chiama Pasquale Rotondi. Scomparso nel 1991. Ieri parlando con un’amica di vecchie storie di resistenza in Italia, mi disse “perché spesso vediamo l’eroe come un predestinato, a quei tempi si sceglieva quasi per caso, per coscienza”. E si diventava eroi perché si trovava immorale un comportamento disumano.

Nel 1939, il nazismo imperversa, L’italia prima o poi seguirà la scia, le correnti sono quelle. Il ministro dell’educazione, Bottai, incarica un giovane studioso di un compito difficile e audace. Il timore è che il patrimonio artistico venga saccheggiato o distrutto da guerre imminenti. Quello studioso è Rotondi, il quale in gran segreto, toglie dalla scena e dalla vista di occhi rapaci, più di diecimila opere d’arte. Caravaggio, Giorgione, Mantegna, se ancora godiamo agli occhi è per lui. Le nascose a Urbino, grazie a custodi che accettarono promesse di compensi futuri, ma difficili e un camioncino dato dall’amministrazione controvoglia. Nascose ovunque, perfino sotto il suo letto di casa, sorvegliate a vista dalla moglie che si fingeva malata. I punti di raccolta sono Sassocorvaro e Carpegna.

Nel 1943, all’armistizio, i tedeschi vanno in caccia del patrimonio artistico, oltre che di vendette e incroci con gli ex alleati. Quando si presentarono davanti a Rotondi con una guarnigione, lui riuscì a far aprire solo una cassa, dove c’era un carteggio del compositore Rossini, qualificato come “cartaccia” dai tedeschi, a quel punto l’idea: staccare le etichette dalle casse per confonderle. La scelta funzionerà.

Pasquale Rotondi salvò anche parecchie opere dall’alluvione del 1966 a Firenze, se ne andrà come un eroe quasi dimenticato. Nonostante sia stato un titano nel conservare la nostra memoria, la nostra bellezza.

A persone come lui, che dovremmo volgere di questi tempi oscuri, al suo sorriso confortante e alla sua apparente mitezza di condottiero pacifico. E dovremmo, forse, anche in nome suo, riprendere dalle parole, dalle mani tese, dal salvare noi stessi e il nostro confinante, poi provare con quello due passi più lontano. Pensando che questo è l’unico antidoto, per salvarci. Memoria, bellezza.

Memoria e bellezza nella storia di Pasquale Rotondi, lo studioso che salvò 10.000 opere d'arte togliendole dalla vista dei nazisti


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