“Soli e isolati, cacciati tra gli applausi”. Il licenziamento di 21 giornalisti nel racconto di chi c’era

Io c’ero allora. C’ero quando nasceva l’epopea Crocetta a Palazzo d’Orleans, quando iniziava lo storytelling della rivoluzione che entrava nelle stanze del potere, senza guardare in faccia ad alcuno. “Faremo pulizia” era il motto del nuovo corso governativo. E per farlo si scelse come primo bersaglio l’ufficio stampa della presidenza della Regione siciliana. Un obiettivo sensibile perché, contrariamente a quanto racconti la vulgata, poche categorie sono così spaccate al loro interno come i giornalisti e pochi sono stati oggetto di attenzioni, per usare un eufemismo, da parte dei colleghi, come i giornalisti che lavoravano in quell’ufficio.

Non spetta a me, che per l’appunto ero una di quelle, entrare nel merito del nostro valore, della nostra utilità, delle modalità di ingresso, del merito. Sarei per forza di cose poco obiettiva. Mi limito a raccontare il clima di quei giorni, di quei mesi che precedettero il nostro licenziamento in tronco e di quello che ne seguì. Come primo atto del suo mandato, Crocetta indicò l’azzeramento del nostro ufficio, iniziando una campagna su di noi degna di miglior causa. La sentenza con cui sono stati sanciti torti e ragioni, descrive nel dettaglio di cosa ci accusasse, quali insulti ci rivolgesse, quali allusioni facesse. Senza contraddittorio, dato che tranne sparute eccezioni a noi non era data possibilità di replica.

Perché, e difficilmente potrò essere smentita, si registrava sulla stampa un clima di favore nei confronti del presidente della rivoluzione, soprattutto rispetto alle azioni da compiere nei nostri confronti. A poco serviva chiedere lumi agli autori di questi scritti. La risposta era quasi sempre: “Guarda, non parlo di te, ma di quell’altro”. Quell’altro che era un altro, poi un altro ancora, sino a tutti e 21. Sulle reti televisive, sui siti di informazione, sui giornali si dava sempre più spazio alla battaglia avviata da Crocetta contro i componenti di quest’ufficio. Una battaglia dagli esiti quasi tragicomici, perché all’improvviso eravamo diventati famosi se non addirittura famigerati. Dopo uno dei più agguerriti pamphlet presidenziali contro di noi, per caso parcheggiai la macchina davanti Palazzo d’Orleans, nei posti riservati ai dipendenti del palazzo, con il cartoncino assegnatoci che in bella vista recava la scritta “Ufficio stampa Presidenza Regione siciliana”.

Il caso volle che proprio quel giorno, lì davanti scioperassero non ricordo bene quali lavoratori a cui era stato detto strumentalmente che non avrebbero potuto essere stabilizzati. La causa? Gli infiniti sprechi trovati nelle stanze del potere, con in testa i 21 maledetti, sporchi e cattivi giornalisti. Il risultato fu che mi rigarono la macchina e che il portiere, benevolmente, mi consigliò di spostare l’auto per non correre rischi più gravi. Quella era l’aria che si respirava allora, eravamo soli e isolati. Nessun politico, nessun rappresentante istituzionale, nessun esponente della società civile espresse una parola per noi. In privato tanti ci confidarono stupore e rammarico per questa scelta, ma nessuno osò schierarsi pubblicamente contro Crocetta.

Perché allora chi era contro di lui, per assioma di evidenza assoluta era persona da non frequentare, cattivo se non segretamente colluso, almeno nel più profondo della coscienza. Solo l’Ordine e il sindacato dei giornalisti rimasero al nostro fianco attirandosi per questo le critiche di buona parte della categoria, che lancia in resta, palesemente o meno, chiedeva la nostra decapitazione. Eviterò di farmi trascinare dai pettegolezzi che giravano già allora sui motivi di questa crociata mossa da colleghi contro colleghi, né dare peso alle voci su nomi e volti che avrebbero preso il nostro posto e per questo chiedevano la nostra testa.

Qualora fosse vero, sarebbero stati pessimi strateghi, perché con le leggi in vigore, Crocetta non avrebbe potuto assumere alcuno dopo la nostra cacciata, come infatti è poi avvenuto. A furor di popolo – che spesso ammettiamolo è bue e crede persino agli asini che volano, figurarsi se può dubitare delle parole di un presidente antimafioso su 21 giornalisti – a dicembre del 2012 siamo stati licenziati con effetto retroattivo. In poche parole, secondo il provvedimento presidenziale, sin dal suo insediamento, avvenuto a novembre del 2012, avremmo dovuto ritenerci licenziati per le sue dichiarazioni sulla stampa e quindi il mese trascorso nel normale svolgimento del nostro lavoro era quasi da considerarsi un omaggio alla causa rivoluzionaria. Tradotto in soldoni, ci è stata trattenuta parte della nostra retribuzione e della tredicesima. Un unicum certamente, che non trovò obiezioni amministrative. Le sentenze giuslavoristiche successive hanno avuto esiti diversi con risultati identici. Decisioni che, quando sarò pacificata con questa pagina della mia vita, potrò raccontare senza indulgere nelle considerazioni personali. A oggi mi resta la soddisfazione, grazie alla tenacia di Piero Nicastro e di Giancarlo Felice, di aver avuto riconosciuto da un Tribunale che non sono un’analfabeta, che non rubavo lo stipendio e che Crocetta ha sbagliato e per questo deve pagare. Mera soddisfazione a fronte del terremoto avvenuto nelle nostre vite. Ma mi accontento di questo, in attesa che un giorno prima o poi, qualcuno ci spieghi perché un presidente della Regione abbia scelto 21 giornalisti come simbolo del marciume in Sicilia.